Era restio alle interviste. Sono stato, con molta probabilità, uno dei pochi ad averlo mai intervistato. Forse l’unico.
“A te te voglio bene. A te nun te pozz ric e no” amava dirmi in dialetto salese.
Igino Cappelli era fatto così. Era un leone nelle sue arringhe, era una belva nella difesa strenua del tribunale nelle sue innumerevoli vicissitudini, era una persona squisita quando era in privato.
Igino Cappelli era un signore d’altri tempi.
Sempre elegante, garbato, educato.
Ho avuto il privilegio d’avere con lui un rapporto, da giornalista, alquanto particolare.
Mi voleva davvero bene, come voleva bene a tutti, in fondo.
“Chiamami quando vuoi, ti dirò sempre quello che vuoi, ma lontano da microfoni, telecamere e macchine fotografiche”.
Io l’ho sempre assecondato e rispettato in questi suoi desideri. Quando però, in una o al massimo due circostanze, gli ho detto “No, ora se sei davvero amico mio me lo devi dimostrare lasciandomi qualche dichiarazione e facendoti scattare qualche foto”, non si è tirato indietro.
A malincuore, soffrendo, ma mi ha fatto fare quello che dovevo fare. La sua, d’altra parte, all’interno del Tribunale di Sala Consilina, era una voce autorevole.
E sentirmi privilegiato della sua amicizia ha rappresentato, per me, sempre un vanto.
Mi dispiace per la sua morte, perché dispiace sempre quando se ne vanno le persone per bene.
E Igino Cappelli era davvero una persona per bene.
Ed anche quando lo “rimproveravo” per quella sua sigaretta sempre in bocca, sapeva sempre dirmi “ Eh, ‘na vota amma murì”.
Con lui se ne va un pezzo di storia dell’avvocatura salese, una toga davvero d’oro, come quella che hanno voluto regalargli i suoi colleghi.

– Rocco Colombo – ondanews.it

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