“Psicologica…Mente” – Colleghi o nemici?Come affrontare le rivalità nel mondo del lavoro



































Psicologicamente logoLo stress da lavoro colpisce sempre più e spesso tra le cause c’è la rivalità tra colleghi. La competitività può e deve essere una leva sana di crescita lavorativa ma occorre distinguere tra sana competizione, invidia e gelosia. Ansia, depressione, irritabilità, insonnia, i problemi vissuti sul posto del lavoro tendono poi a condizionare la vita e la salute. Inoltre, il “Mobbing”, è un fenomeno che non va assolutamente sottovalutato.

  • D. – Dott.ssa Lauria da dove nasce la competizione?

R. – “Dal punto di vista psicoanalitico Sigmund Freud interpreta la competizione come una caratteristica comportamentale naturale che compare sin dalla primissima età. Noi competiamo sin da neonati per l’attenzione dei nostri genitori e continuiamo a competere durante l’infanzia sia con i nostri fratelli che con uno dei genitori per avere l’ attenzione dell’ altro. Poi, crescendo, diveniamo preda della competizione tra la necessità di appagare i nostri istinti e quella di rispettare le regole sociali e culturali che regolano le nostre vite. Secondo Margaret Mead la competizione è un aspetto del comportamento umano creato culturalmente e la sua prevalenza in una società piuttosto che in un’altra dipende da come questa società valuta questo carattere, vale a dire che in alcune culture gli viene data più valore (ad esempio cultura statunitense) in altre invece viene dato più valore alla collaborazione”

  • D. – Quando da una competizione sana e costruttiva nasce la rivalità?

R. – “La competizione sana nasce dal bisogno di migliorarci. Osserviamo l’altro, come un modello che ci aiuta a migliorare nel nostro lavoro. Nella competitività negativa viene meno il bisogno di migliorarci e il comportamento è guidato dal voler conseguire dei vantaggi a discapito dell’altro. Per l’orientamento psicoanalitico l’assunzione di un atteggiamento o di un comportamento competitivo nei confronti dell’altro, di cui l’individuo non è sempre consapevole, è spesso motivata da inconsci sentimenti di inferiorità che il soggetto cerca di compensare attraverso il raggiungimento di risultati esterni”








  • D. – La competitività rimane a volte sotto traccia, espressa attraverso attacchi latenti, pettegolezzi: un comportamento che a volte sfocia nel “mobbing”, ovvero una sistematica aggressione psicologica: come affrontarlo e reagire?

colleghiR. – “Se si vive una forma di competitività negativa e ci si rende conto che questa sta avendo dei risvolti sulla qualità della propria vita lavorativa e personale, cerchiamo di fare il possibile per arginarla e ridurne i danni. Il primo passo è riconoscere a se stessi che si sta vivendo una situazione di disagio e che ci fa stare male. Quando è possibile cercare il confronto e il dialogo e capire cosa sta succedendo con i colleghi. Se il dialogo e il confronto non dovessero bastare rivolgiamoci a figure professionali specialistiche, interne o esterne all’ambiente di lavoro, che possano aiutare a capire cosa sta succedendo, ossia perchè proviamo o siamo vittime di tale forma di competitività: solo chiedendo aiuto possiamo far fronte a questa dinamica che devasta le relazioni sia sul piano lavorativo che personale e ridurne le conseguenze psicologiche e relazionali che comporta. Anche la competizione positiva, nei termini di essere idealizzati, può avere degli svantaggi portando a una minore collaborazione tra le persone”

  • D. – La collaborazione è l’altra faccia della competitività ?

R. – “Quando le persone hanno raggiunto un sufficiente senso di sé, del proprio valore e fiducia in se stessi e nelle proprie capacità, la competizione, il bisogno di primeggiare lascia il posto alla collaborazione. L’obiettivo del comportamento passa dal soddisfare un bisogno di valore interno, non sempre riconosciuto, al raggiungimento di un obiettivo esterno. L’ atteggiamento collaborativo è di gran lunga più efficace nei luoghi di lavoro e porta a vivere delle relazioni dove ci si sente bene, a differenza della atteggiamento competitivo che alla lunga diventa logorante. In altre parole, quando abbiamo trovato il nostro valore possiamo stare con gli altri in modo più pacifico nella consapevolezza che l’altro non ci toglie nulla. L’abilità di negoziare in situazioni competitive è una componente essenziale del processo di socializzazione ed è probabilmente appresa durante i primi anni di vita. Bambini con una buona competenza sociale sono infatti capaci di bilanciare la competizione tra il desiderio di appagamento dei propri bisogni e la necessità di mantenere relazioni positive con gli altri”.

– Claudia Monaco – ondanews –

 



































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