Continua l’affascinante viaggio nel mondo della tradizione popolare.
“Pro…verbalmente inteso” oggi si occuperà dell’educazione familiare dei nostri antenati. I nostri nonni avevano delle regole ferree da rispettare e, nel caso ciò non fosse avvenuto, le punizioni erano esemplari.
In particolare, la figura paterna era quella piú temuta all’interno delle famiglie patriarcali di un tempo. Si trattava quasi sempre di un uomo freddo e distaccato, in moltissimi casi violento sia con i figli che con la moglie, la classica figura del padre “padrone” al quale ci si rivolgeva chinando il capo, dandogli del “voi” e baciandogli la mano, le stesse riverenze venivano utilizzate nei confronti dei nonni che, un tempo, vivevano nella casa dei propri figli.
La figura materna invece, fungeva da intermediaria fra padre e figli, anche se, nella maggioranza dei casi, era essa stessa succube del marito; solitamente si occupava dell’educazione dei bambini piccoli e in particolare istruiva le fanciulle alla futura vita domestica, l’unica possibile per le ragazze di un tempo, le quali si sposavano, spesso, poco piú che bambine.
I bambini fin da piccoli, dovevano osservare regole durissime e lavorare quasi quanto gli adulti, infatti, un proverbio antico recitava cosí: “chi nu stai assend a mamma e a attan, pu munn spiért vai”.
Inoltre era più importante lavorare nei campi o andare ad imparare un mestiere piuttosto che studiare, infatti non c’era l’obbligo scolastico né tantomeno i diritti minorili che vigono al giorno d’oggi.
“U’ wuscigl l’hé chicà quann é zzich ca quann é gruoss s spezza”. Questo dicevano ai nostri nonni quando erano piccoli e nel frattempo facevano loro pulire le stalle, accudire gli animali lavorare nei campi, andavano a riempire i “varlir r l’acqua” al fiume o “i fascin” nel bosco.
Alla sera poi, la famiglia si riuniva intorno alla povera cena composta da un piatto unico dal quale tutti attingevano; dopo mangiato, non essendoci gli svaghi di oggi, prima si recitava il Santo Rosario e poi si raccontavano storie accanto al fuoco.
In caso di disubbidienza molto dure e corporali erano le punizioni; venivano utilizzati strumenti dolorosi come: “laanatur”, “ jatatur”, “ a zoca ammuddata”, “ u urpil” e “ nu mazz r’ardik”.
Per far ubbidire i piú piccoli, inoltre, si faceva credere loro all’esistenza di personaggi di fantasia che incutevano timore come: “ u mammon”, “ u munaciedd” e “ a cuccuedda”.

– Sara Maggio – ondanews –

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