LA SVISTA – Intervista a Emma La Spina

























Ha negli occhi chiari la dolcezza. Uno sguardo di chi va lontano, verso il futuro, ma porta con sé il passato. Un passato che diventa presente nei momenti di solitudine, quando i ricordi, inaspettatamente, saltano addosso. Un passato di buio e di ombre che cercano i colori dell’arcobaleno, quelli giusti.

  • Quanto è costato, in termini di sofferenza emotiva, scrivere “Il suono di mille silenzi” e “Mille volte niente”? Tornare indietro all’infanzia, incontrare i ricordi che avresti voluto cancellare, è stato per te terapeutico?

No, in realtà non è stato così. Anzi, rivivendo il mio passato, è sorta in me una rabbia che prima non avevo. Una ribellione contro me stessa, che per ignoranza e a causa della mia solitudine non sono riuscita a difendermi come avrei dovuto . Si dice che mettere nero su bianco le proprie disavventure è un modo per esorcizzarle e liberarsene. Per me non è stato così. L’esercizio della memoria, già di per sé doloroso, faceva affiorare altri episodi che la mente aveva obliato. Man mano che con dovizie di particolari narravo le mie vicissitudini, sensazioni dolorose esplodevano dentro di me. Precipitavo nella stessa angoscia, vivevo le stesse paure. Forse, se mi fossi resa conto delle sofferenze che avrei rivissuto, i miei libri non li avrei mai scritti.

  • Come fa una donna che ha avuto tanto male dagli altri ad avere ancora fiducia nella società?

In realtà non ho alcuna fiducia nella società, o quantomeno, nella società istituzionale. Gli ultimi eventi dopo la pubblicazione dei miei libri, mi hanno in parte riappacificato con “la società delle persone”. Ho conosciuto gente buona e sensibile, persone degne di stima e amicizia.







  • Che suono ha il “silenzio”? Cosa senti oggi nel “silenzio”? Ti fa paura?

Anche il silenzio ha un suono. Leggero e indistinto. E’ quello che ti fa sentire lontana dal mondo circostante. Il mio era un mondo ovattato dove mi rendevo conto di non esistere per gli altri.

  • Hai vissuto in un orfanotrofio gestito da suore fino a diciott’anni. Lì sei stata umiliata, offesa, maltrattata. Ti hanno fatto sentire una nullità, un niente, appunto tra mille silenzi. Come e a chi comunicavi il tuo dolore? Come riusciva il tuo “suono” a farsi sentire?

Avevo un bisogno istintivo di comunicare il mio dolore, ma a chi? Allora strappavo una manica del vestitino e giravo così per il cortile tra le altre bambine che mi guardavano con indifferenza, fino a che le suore se ne accorgevano e mi punivano.

  • Nei titoli dei tuoi libri compare sempre la parola “mille”. Questo numero rappresenta una quantità enorme per un bambino? Cosa c’è in quel “mille”?

Mille è il numero dei bambini ospiti del primo istituto dove mi sono trovata. Mille bambini, ma stranamente regnava il silenzio. Il “Mille” del secondo libro è semplicemente un’assonanza, usata per collegarlo al primo.

  • Che significato ha per te la parola “madre” e che differenza c’è con la parola “mamma”?

Secondo me, madre è colei che ti mette al mondo fisicamente, mamma invece è colei che ti entra nel cuore perché cresce con te giorno dopo giorno e che “senti” mamma. Io non ho avuto una mamma pur essendo stata generata da una donna, che secondo la lingua corrente, dovrebbe essere mia madre.

  • Hai un sogno ricorrente?

Sogno spesso la mia cara sorella, che mi sembra di vedere fisicamente. Sogno poi i miei fratelli, ma in modo nebuloso, avvertendo la loro presenza, senza vederli. La signora non la sogno mai.

  • “…La vita per me non è stata una scala di cristallo…” è un verso della bellissima poesia di Hughes. Cos’è per te la vita?

Mi rivedo nella scala di Hughes. E’ una esemplificazione della vita che si adatta benissimo a me. Ma io, al contrario di Hughes, non mi sento in grado di esortare un giovane usando la mia esperienza. Mi sembra di essere rimasta “piccola piccola”, senza avere acquistato la saggezza e l’autorevolezza necessaria per guidare i giovani. Amo i giovani, ma mi pongo al loro stesso livello, aiutandoli come può fare semplicemente un amico.

  • Raccontare la tua vita, rileggerla e magari rivederla rappresentata in un film, ti permette di volerti più bene?

Volermi bene? Dal momento in cui ho capito che la frase inculcatami dalle suore “si vive soltanto per soffrire” è una bugia, ho cercato di recuperare il mio benessere e cioè di volermi bene. “I lavori sono ancora in corso”.

  • Come immagini il tuo futuro?

Non voglio immaginare il mio futuro, ne ho timore.

  • C’è un episodio del periodo trascorso in collegio che non hai voluto raccontare, perché troppo doloroso?

Si, gli episodi sono più di uno. Non ne ho parlato non soltanto perché troppo dolorosi, ma anche per pudore e perché ho paura di non essere creduta. Qualche altro episodio è stato omesso, perché riferito a personaggi facilmente identificabili e da cui avrei potuto ricevere danni.

  • Visto la tua sconvolgente esperienza, ora riesci ad accorgerti quando una bambina o una ragazza sta vivendo delle situazioni simili e le nasconde per paura? Cosa vorresti dirle?

Si, mi accorgo subito se una bambina o una ragazza vive momenti difficili. Cerco di avvicinarla a me, di parlarle e di aiutarla come meglio posso.

  • Si può dimenticare il male ricevuto da bambini? Come fa Emma La Spina a proteggere la sua anima?

Mai, la vita mi è rimasta segnata in modo indelebile. La mia anima è rimasta semplicemente senza difese


Lasciamo Emma, ben sapendo che non potrà mai dimenticare i giorni e le notti della sua infanzia passate in orfanotrofio, tra cattiverie ed umiliazioni e quelle della sua adolescenza segnate dal male che vuole annullare la sua dignità. Decima di undici figli, viene abbandonata dalla madre alla nascita, da colei che Emma chiama “la signora”, perché era la signora che poche volte si presentò in parlatorio per incontrarla. Mai un abbraccio. Mai una carezza. Nessuno potrà cancellare quei giorni tristi. Nessuno potrà ridarle quella vita serena che merita ogni bambino e che le è stata rubata, insieme ai suoi sogni. Il silenzio ha uno strano suono. Mille silenzi hanno un’eco nell’anima. Un muto grido. Un lamento a cui si aggrappa chi non vuole perdersi. Ci si aggrappa per sentirsi vivi e per poter trovare la forza di guardare avanti con occhi limpidi e sinceri, nonostante tutto. Ci si aggrappa forte. E si va avanti. La vedo andare avanti. Emma. La dolce Emma La Spina. Lei con il suo vestitino con una manica strappata.


 – NOTE SULL’AUTRICE –

Emma la Spina è nata il 4 maggio 1960 a Catania, dove vive. Ha scritto due romanzi autobiografici: “Il suono di mille silenzi” e “Mille volte niente”, Edizioni PIEMME.


 

– Paola Testaferrata –


 































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