Ultimo appuntamento con l’approfondimento del dottor Nunzio Antonio Babino, già Direttore Sanitario dell’ospedale “Luigi Curto” di Polla, sulla paura del Covid-19. Il dottor Babino, dopo aver parlato della comunicazione di tv e carta stampata in tempi di emergenza saniaria e dell’utilizzo e affidabilità dei tamponi molecolari, conclude la sua analisi fornendo una serie di prospettive future per contrastare il Sars-COV-2.

PROSPETTIVE FUTURE PER CONTRASTARE IL VIRUS SARS Cov-2

E’ innegabile che proprio in questi giorni siamo ad una svolta decisiva per il “sistema di tracciamento” futuro. Gli ospedali sono “presi da assalto” e ormai da più parti, soprattutto dalla Fondazione Insieme contro il Cancro, dall’Associazione Italiana Oncologia Medica, dalla Società Italiana Ematologia e dalla Società Italiana Cardiologia, si evidenzia che negli ospedali le numerose altre patologie che affliggono i malati non vengono più curate. D’altra parte, come è noto, si verifica il fatto che i cittadini, impauriti ed angosciati dalle “comunicazioni” quotidiane dei telegiornali e della stampa sul “Covid”, ogni giorno si riversano nei pronto soccorso ospedalieri, sempre più numerosi, scavalcando la medicina territoriale, a sua volta in difficoltà per i crescenti divieti di “contatto” tra le persone, compresi gli ambulatori dei medici di medicina generale.

Ormai ad undici milioni di italiani, affetti da altre patologie, è divenuto difficile accedere in ospedale, se non esplicitamente vietato per le necessità non urgenti. E’ proprio di questi giorni l’allarme per questa assurda situazione che si è creata, in quanto questi pazienti non possono accedere all’ospedale per le visite e i controlli di cui hanno bisogno, rischiando la vita e facendo aggravare in modo irreversibile le rispettive patologie. Si aggiunga che, come ben noto, almeno il 20% della popolazione fragile, e non solo gli anziani, ha dovuto rinunciare a recarsi negli ospedali e negli ambulatori di riferimento, in quanto letteralmente “spaventati” dalla “comunicazione sul Covid” da parte dei mezzi di informazione. Proprio in questi giorni il personale ospedaliero e delle strutture sanitarie, a seguito dell’uso dei tamponi come “caccia agli asintomatici”, comincia ad evidenziare sempre più nuove “positività”, tanto che interi reparti vengono chiusi e paralizzati, il personale “messo in quarantena”, ovvero messo a riposo, nonostante non abbia alcun sintomo.

Allora è giunto il momento di chiedersi: cosa fare? Continuare così per tutti i mesi invernali che ci aspettano, fino alla prossima primavera, oppure affrontare la situazione relativa all’uso dei tamponi a scopo di ricerca epidemiologica nella popolazione italiana che ormai è “positiva” per circa otto milioni di individui? Alla luce delle esperienze fatte, può essere reso più razionale e soprattutto più sostenibile l’uso dei tamponi molecolari. Da marzo ad oggi, secondo il bollettino del Ministero della sanità, ne sono stati eseguiti 14.778.688. Ad oggi l’impegno economico ha abbondantemente superato il miliardo di euro e ha messo in crisi organizzativa tutte le AA.SS.LL. d’Italia. Ma lo sforzo organizzativo, con riferimento al personale e ai mezzi necessari, potrà continuare come in questi giorni per ulteriori sei mesi, fino alla prossima primavera? Ormai non vi dovrebbe essere alcun dubbio che la diffusione del virus SARS Cov-2 sia ad andamento stagionale, come avviene ogni anno per tutti i coronavirus, cui il patogeno della Covid-19 appartiene, insieme ai virus dell’influenza, delle sindromi parainfluenzali e del comune raffreddore, degli adenovirus e dei rinovirus, ecc.

La diffusione del contagio sarà inevitabile anche nei prossimi mesi con clima freddo ed umido, nonostante le note “misure” del distanziamento, delle mascherine e delle “chiusure” delle attività. Nonostante i numerosi tamponi molecolari che verranno fatti di giorno in giorno, individuando sempre più persone “positive” da mettere in quarantena, mentre i soggetti per i quali non è emersa la necessità di fare il tampone, magari effettivamente malate, continueranno ad essere trasmettitori del virus.

E’ significativo che proprio nella giornata del 26 ottobre, è stato pubblicato sul “Corriere della sera” un interessante articolo a firma della giornalista Cristina Marrone. Il titolo è il seguente: “Covid, niente tamponi per gli asintomatici? La proposta delle Regioni e le regole già in vigore”. Nel testo dell’articolo si legge che “le Regioni, con l’acqua alla gola, hanno chiesto di tamponare solo i sintomatici e i familiari conviventi, tenuto conto che il virus si diffonde soprattutto in famiglia (l’80% dei focolai è tra le mura domestiche).” Effettivamente il virus si trasmette prevalentemente nelle famiglie e sui mezzi di trasporto, in ogni caso tra gli individui che partecipano agli assembramenti di qualsiasi genere.

Personalmente sono convinto che la richiesta delle Regioni non sia da sottovalutare e ritengo che merita la giusta attenzione da parte del Governo per le motivazioni espresse dalla giornalista Cristina Marrone che possono essere riassunte nei concetti che ritengo utile riportare di seguito, come considerazioni obbligate sul “problema Covid” nel corso dei prossimi mesi invernali, da novembre 2020 ad aprile 2021.

Essere “positivo asintomatico” al nuovo Coronavirus vuol dire aver contratto il virus, ma non manifestare i sintomi della malattia Covid-19. Quindi dal punto di vista scientifico i soggetti “asintomatici” non possono essere considerati soggetti malati, per cui non hanno bisogno di cure, né domiciliari, né ospedaliere. I contatti della persona “asintomatica” non possono essere considerati “contagiosi” sempre e comunque, almeno fino a quando queste persone non svilupperanno eventuali sintomi della malattia, visto che il tampone “fotografa la situazione” al momento del prelievo, ma non può prevedere il futuro.

Sappiamo che la forte contagiosità del virus si verifica nel periodo immediatamente precedente alla comparsa dei primi sintomi, ovvero due o tre giorni prima dell’insorgere della malattia. Dunque dobbiamo opportunamente distinguere tra soggetti “asintomatici” e soggetti “pre-asintomatici”. Per soggetti “asintomatici” si devono intendere i soggetti che non hanno i sintomi e quindi non hanno la malattia, né la svilupperanno in seguito. Per soggetti “pre-asintomatici” si devono intendere le persone che nel giro di due o tre giorni hanno i sintomi e quindi sviluppano la malattia.

Numerosi studi epidemiologici hanno stimato che la maggior parte delle infezioni, fino ad una percentuale dell’80 per cento, deriva da soggetti “pre-sintomatici”. Non è difficile distinguere questi soggetti due o tre giorni dopo il prelievo del tampone, quando spesso nella maggior parte dei casi viene conosciuto l’esito del test, perché appunto dopo 2-3 giorni si può distinguere tra chi non è malato e chi invece lo sarà.

Dunque, perché allora nell’attività di “tracciamento” non si distinguono queste due tipologie di “positivi” e viene invece sancita la necessità di isolamento per tutti gli “asintomatici”, che poi sappiamo essere la maggioranza assoluta, fino al 95%, dei soggetti individuati come “positivi” dal tampone molecolare? Oggi la platea dei potenziali “asintomatici” si è allargata moltissimo, come naturale conseguenza del diffondersi del virus tra la popolazione e non solo tra i malati. Tuttavia i malati per fortuna saranno sempre una minima parte della popolazione che ha avuto contatto con il virus ed ha sviluppato immunità.

Dunque sarebbe opportuno rivedere la regola oggi in vigore per i “positivi asintomatici”, secondo la quale i positivi asintomatici devono restare in isolamento per almeno 14 giorni dal momento in cui viene comunicato l’esito del test eseguito con il tampone. La regola vigente prevede che al termine di questo periodo, ultimamente ridotto a 10 giorni solo per i contatti “non stretti”, devono sottoporsi a un nuovo tampone. L’isolamento termina solo se risulta l’ultimo tampone risulta negativo.

Un sistema di “tracciamento” dei contatti più sostenibile dal punto di vista organizzativo e di maggiore efficacia dovrebbe essere limitato soltanto ai “contatti stretti”, intendendosi come tali i familiari del malato. Ritengo che sia opportuno, ma anche obbligato a causa delle difficoltà organizzative che hanno messo in crisi le AA.SS.LL.

E’ significativo che lo stesso Prof. Fabrizio Pregliasco, ormai famoso virologo dell’ospedale Galeazzi di Milano, tra i più rigorosi sostenitori del “tracciamento” delle persone da sottoporre a tampone, ha riconosciuto che “nella situazione in cui siamo è giusto dare la precedenza ai familiari dei contagiati perché in casa sussiste davvero un contatto stretto e prolungato e il virus si diffonde facilmente”.

Diversamente, se si continuerà a voler praticare il tracciamento esteso a “tutti i contatti”, come è stato fatto fino ad oggi, il sistema organizzativo non potrà reggere nei prossimi mesi e giustamente le Regioni temono di non potercela fare.

Una ultima considerazione, certamente non meno importante delle precedenti è stata riportata dallo stesso “Corriere della sera”: “Non si può fare il tampone a tutti e oggi la richiesta di eseguire test sembra motivata dalla ricerca di un conforto psicologico”.

– Dottor Nunzio Antonio Babino –


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