
– Lettera aperta alla redazione di Carlo Maucioni –
Domenica scorsa, 26 luglio, sono andato a vedere al cinema “No Other Land”, film premio Oscar al documentario 2025 sull’attualissima questione israelo-palestinese, diretto da Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor ed Hamdan Ballal. La proiezione avveniva nell’ambito del Toko Film Fest, promosso dall’omonima associazione giovanile di Sala Consilina, festival internazionale di cinema e cultura.
“Segue dibattito sulla Palestina – Anatomia di un genocidio”, leggevo sul programma e confidavo che finalmente, anche a Sala Consilina, ci fosse un’occasione pubblica per un confronto dal vivo sul tema.
Al termine della proiezione, ci sono stati cinque interventi programmati: Marco Romagna, RESTA, Restiamo Umani Podcast, Laboratorio Salerno Palestina, Centro Culturale Handala Alì ma è mancato il dibattito.
Per me, dibattito sta a confronto come dialogo sta ad incontro. Invece, al termine dell’ultimo intervento programmato, il conduttore dell’evento lo ha dichiarato concluso, non ha sollecitato interventi dal pubblico, ha ricordato che il Film Fest sarebbe continuato nella sede del palazzo Fiordelisi e ha fatto appena un vago cenno ad un altro evento sulla questione israelo-palestinese che si sarebbe svolto di lì a poco in piazza Umberto I. Palazzo Fiordelisi affaccia su piazza Umberto I.
Eppure, gli intervenuti al cosiddetto dibattito, sedendosi a terra durante i loro interventi, avevano fatto di tutto per sfondare la quarta parete, ovvero quel muro invisibile che separa chi sta su un palco e chi sta sotto, così annullando la distanza tra chi parla e non ascolta e chi ascolta ma non parla.
A tal proposito, mi sovviene un ricordo che risale al remoto anno scolastico 1976-1977 quando, al Liceo Classico Cicerone, un’intera assemblea studentesca, 4 ore, si svolse in maniera veemente su una questione di principio: come collocare la cattedra affinché non ci fosse separazione tra chi avrebbe condotto la discussione e tutti gli altri studenti. Per favorirne gli interventi e, quindi, il dialogo. Per me ginnasiale al primo anno, quell’esperienza fu scioccante: è così difficile creare le condizioni per dialogare?
L’altra sera al Cinema Adriano era stata sfondata la quarta parete, ma non c’è stato confronto. O non è stato sollecitato. O non è stato voluto? O si è ritenuto che, visto il film e fatti un po’ di appelli contro l’indifferenza, ci si fosse tutti lavati la coscienza e si potesse passare all’apericena e al DJ Set?
Avrei voluto parlare di un artista come Roger Waters che da sempre si batte con la sua arte e con azioni concrete contro l’indifferenza rispetto alle violazioni dei diritti umani, dei diritti dei popoli oppressi e, tra questi, del popolo palestinese, per questo attirandosi accuse di antisemitismo e boicottaggi ai suoi concerti.
Avrei voluto dire che, negli stessi giorni del Toko Film Fest, Roger Waters era nei cinema di tutto il mondo con “This Is Not A Drill”, il suo ultimo spettacolo dedicato “ai nostri fratelli e sorelle in tutto il mondo che sono impegnati nella battaglia esistenziale per l’anima dell’umanità”. Un manifesto contro l’indifferenza rispetto alle violazioni dei diritti umani.
E perché non è stata data enfasi all’ “evento sulla questione israelo-palestinese che si sarebbe svolto di lì a poco in piazza Umberto I”?. Ovvero la mobilitazione promossa da Pax Christi, movimento cattolico per la pace, per dire no al silenzio e all’indifferenza di fronte alla tragedia umanitaria in atto nella Striscia di Gaza, con i rintocchi delle campane che hanno suonato contemporaneamente come gesto di solidarietà e invocazione di pace, mentre contemporaneamente molti cittadini hanno anche fatto rumore con strumenti di fortuna per fare eco.
Perché il Toko non ha dialogato con l’iniziativa diocesana sul comune tema del genocidio palestinese? Perché non si è dialogato al Cinema Adriano? E neppure tra eventi dedicati al medesimo tema dell’indifferenza? Perché si auspica il dialogo ma non si riesce a dialogare e quasi lo si rifugge? Sono domande, non conosco le risposte. Non ho le risposte esatte. Il mio motto è il brechtiano “Sia lode al dubbio”: il dubbio stimola la curiosità che è fonte di conoscenza ma non approda alla verità. Che è relativa e si nutre di dubbi, curiosità e confronto delle idee, in un circolo virtuoso senza fine.
Dubbi, curiosità, confronto, crescita, conoscenza, sono linfa vitale di un necessario protagonismo giovanile che si apra alle campane e alle cacerolas di piazza Umberto e non si rinchiuda nell’ampolla soffusa del DJ Set nel palazzo Fiordelisi.
Atmosfera soffusa, luci spente in sala, situazione umbratile anche il giorno dopo al Teatro Scarpetta per il TEDxSala Consilina evento inserito nel programma del Fritz Festival promosso da un’altra organizzazione culturale giovanile, Amico Fritz. In quanto anello delle infinite ed inestricabili catene social nelle quali inestricabilmente siamo tutti connessi, il 14 luglio scorso ricevetti un messaggio d’invito al TEDx.
“Le conferenze TED si svolgono in tutto il mondo con l’obiettivo di condividere idee che meritano di essere diffuse. La diffusione avviene attraverso degli interventi al microfono uditi dal vivo, che vengono poi registrati nei Ted Talks e aggiunti all’almanacco TED e sono visibili in tutto il mondo. Di solito sono tenuti da alcune personalità di spicco nel loro campo di interesse ritenute responsabili di un messaggio valido e stimolante”, leggevo nel messaggio: allettante, consideravo.
“Condividere idee”: cosa buona e giusta.
Più avanti, leggevo nell’invito: “Il Tema di quest’anno sarà ‘Rizoma. Come sostenere le fratture della realtà.’ Sarà un intreccio di idee, storie e visioni che vale la pena vivere insieme.”
“Un intreccio di idee”: finalmente! Idee che si rincorrono, si intrecciano, appunto, si fondono verso nuovi orizzonti e visioni. Evviva! In fondo al messaggio, la doccia fredda: “Solo 100 posti disponibili! I biglietti si possono acquistare su Dice oppure in biglietteria lì davanti, fino a esaurimento posti”.
Ma come?! Pagare per dialogare? Pagare addirittura 12 euro per “intrecciare” e “condividere idee”? E perché ammettere solo 100 persone, 100 privilegiati, all’intreccio e alla condivisione di idee in un teatro che ne può contenere fino a 500? Non si vuole un più ampio dialogo? Si restringe il dialogo nel luogo consacrato alla circolazione delle idee, quale da sempre è e deve essere il teatro?
Ma quale idea è questa di dialogo, Amico Fritz?
Intanto, lunedì sera al TEDxSala Consilina, nel Teatro Scarpetta, atmosfera soffusa, luci spente in sala, situazione umbratile, mentre dei giovani raccontavano esperienze ad una sparuta platea pagante che, muta, ascoltava al di là della quarta parete rimasta intatta. Dialogo? Zero. “Intreccio” di idee? “Condivisione”? Mah…
Perché si auspica il dialogo ma non si riesce a dialogare e quasi lo si rifugge, Amico Fritz? Sono domande, non conosco le risposte.
“Abbi dubbi”, cantava Edoardo Bennato; “Sia lode al dubbio”, scriveva Bertolt Brecht: io cerco risposte, offritemi risposte, sciogliete i miei dubbi, Amici Fritz e Toko.
Fatemi entrare nelle vostre ampolle, datemi le chiavi di lettura della vostra idea di dialogo affinché diventi anche mia. Affinché diventi nostra. Affinché superiamo insieme le categorie novecentesche di destra e sinistra ed elaboriamo insieme nuove categorie di pensiero, frutto di “intreccio” e “condivisione” di idee intergenerazionali, ferme restando le responsabilità delle generazioni (la mia) che consegnano alle successive (la vostra) un mondo dilaniato e dagli orizzonti ristretti, per le quali cose meriteremmo la condanna al silenzio.
Tuttavia, siate magnanimi: dialoghiamo.
– Carlo Maucioni –


