L‘emigrazione iniziò a Teggiano subito dopo l’Unità d’Italia e vide i teggianesi prendere le vie dell’America del sud (Brasile e Argentina) e dell’America del nord (New York). Tale fenomeno migratorio crebbe fino alla prima guerra mondiale. Dopo la tragica parentesi della Grande Guerra, il fenomeno migratorio riprese e continuò fino all’avvento del fascismo, allorché si interruppe bruscamente a causa della politica di addensamento demografico e coloniale (operai vennero mandati nelle colonie africane) voluta dal regime.

Non sono pochi i cosiddetti “Canti di partenza” che ci sono giunti dalla grande tradizione di letteratura dialettale di Teggiano. Ne scegliamo uno tra i più toccanti, che proponiamo ai nostri gentili lettori.

Uno degli emigranti in partenza per l’America si rivolge alla sua fidanzata e le esprime l’angoscia per l’inevitabile distacco:

Amami, amoru miu, sta sumana,

nun sai si m’ami quera chi veni.

Vàu a nu paisu tantu luntanu,

nun sai si la mia vita si ni veni.

Ti rumanu  na stella ppi signalu:

e si la stella scura, i’ passu pena:

ma si la stella luci all’arba chiara,               

bella, penza ppi te, ca i’ stàu buonu!

Come risulta da questi splendidi versi, la poesia dialettale, allorché raggiunge un alto livello di espressione, ha lo stesso valore della poesia in genere. Può sembrare strano, ma è così. Nel 1903 il grande filosofo e letterato, Benedetto Croce, elogiando sulla sua rivista “La Critica” la poesia dialettale di Salvatore di Giacomo scrisse che non c’è alcuna differenza tra poesia in lingua e poesia in dialetto; l’importante è che sia poesia, e basta!

La stessa cosa si può affermare per il canto dialettale teggianese che abbiamo riportato sopra. Si tratta di autentica poesia, degna di alto valore letterario, e come tale essa si potrebbe proporre come pagina di antologia agli alunni della scuola media o del liceo, usando ovviamente lo stesso metodo di lettura e di analisi che si adopera per la poesia in genere, e cioè prendendo a supporto l’esame della metrica, della rima, della struttura grammaticale e sintattica, e via dicendo. Ma questo è un altro discorso, da fare non in questa sede, ma lasciandolo a chi vuole approfondire il rapporto tra poesia in lingua e poesia in dialetto.

Come è universalmente noto, la letteratura dialettale della Campania ha una forte stratificazione storica, che affonda le sue radici nel Seicento, con opere come “Lu cunto de li cunti” di Giambattista Basile e la “Vaiasseide”, cioè il poema delle vaiasse (donne del popolo), di Giulio Cesare Cortese. Tale percorso letterario continua nel Settecento per poi giungere, nell’Ottocento, a Salvatore Di Giacomo, le cui composizioni poetiche sono notoriamente da considerarsi come capolavori universali di tutti i tempi.

Purtroppo fin dall’Unità d’Italia i programmi scolastici di ogni ordine e grado non hanno accolto lo studio della storia locale, cioè dei valori storico-economici del territorio in cui si trova l’istituto frequentato dagli alunni, ai quali è stato impedito tale fondamentale strumento di conoscenza. Certo, non mancano iniziative spontanee dei docenti per parlare della cultura del territorio, da impartire però nelle ore non curricolari mediante discussioni, mostre di elaborati letterari, grafici e pittorici. Insomma, si fa quel che si può. Meglio che niente.

Arturo Didier –

FONTE:  A. Didier, “La letteratura dialettale di Teggiano”, Editrice LavegliaCarlone, Salerno 2008.

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