L’attuale emergenza sanitaria ha messo in luce una serie di fattori che toccano da vicino soprattutto i giovanissimi. Probabilmente quella adolescenziale è la fascia di età che più di altre subisce il peso delle restrizioni e della mancanza di rapporti ravvicinati. La Didattica a distanza, l’assenza prolungata da scuola e dai legami con i compagni, le troppe ore trascorse sui social network ed il distacco dalla ordinaria realtà che dura ormai da un anno sono tutti elementi che hanno radicalmente mutato le vite degli adolescenti mettendoli a dura prova.

Ne abbiamo parlato con il professor Andrea Maggi, docente di italiano e latino, scrittore, conosciuto da tutti nel ruolo dell’insegnante più amato del docu-reality Rai “Il Collegio”. L’ultimo lavoro del prof. Maggi si intitola “Conta sul tuo cuore“, edito da Giunti Editore, e tratta appunto di giovani. Molti di loro vivono una vita infelice perché gli adulti li hanno illusi di dover realizzare qualcosa che non ha niente a che fare con la loro vita, o di dover aspirare a ciò che va ben al di là delle loro reali possibilità, o che addirittura non ha niente a che fare con le loro reali potenzialità. Quello di cui hanno bisogno i giovani è trovare qualcuno che non li incensi, ma piuttosto che li aiuti nella ricerca più complicata: quella di sè stessi. Nel libro il prof. tenterà di spiegare loro l’esortazione di Socrate “Conosci te stesso”, ma in un modo del tutto originale.

  • Professor Maggi, com’è stato l’approccio dei docenti al nuovo modo di insegnare attraverso la Dad?

“Quasi un anno fa la scuola è stata chiusa e improvvisamente gli insegnanti hanno rivoluzionato il loro sistema di istruzione. La didattica è stata stravolta. La Dad è stata una risorsa fondamentale che ci ha garantito di offrire la continuità didattica, ma ha mostrato anche le sue forti limitazioni. I docenti hanno dovuto riadattare il modo di fare scuola in modalità remota. Le interrogazioni, le verifiche erano impossibili, perchè la percentuale di copiature sarebbe stata imbarazzante. Quindi quelli con maggiore buona volontà hanno sperimentato nuove forme di verifica attraverso i vari software a disposizione. Quanto ciò abbia funzionato lo dovremo vedere a breve”.

  • Crede che la preparazione di uno studente al termine di un anno scolastico in cui ha predominato la Dad sia uguale a quella degli anni precedenti?

“No, ma non per questo sarà qualitativamente inferiore. La Dad ci ha permesso di sperimentare nuove forme di didattica, almeno per quanto riguarda quei docenti che hanno voluto trasformare il loro modo di fare l’insegnante. Da un lato, se il parametro è quello della didattica tradizionale, sicuramente i ragazzi hanno perso qualcosa, ma se guardiamo alle competenze digitali hanno fatto passi da gigante. Molti dei nostri studenti, pur definiti nativi digitali, a febbraio dell’anno scorso non sapevano accendere il computer. Oggi sono in grado di usare G Suite, Zoom e sanno muoversi con dimestichezza in questi software. Non dobbiamo dimenticare che stiamo parlando di un anno di didattica di emergenza. Io cerco di vedere il bicchiere mezzo pieno e di guardare ciò che hanno imparato a fare in questi mesi. Avranno sicuramente perso qualcosa, ma ritengo che sia più importante vedere ciò che hanno acquisito”.

  • Venendo a mancare il rapporto ravvicinato con gli amici si è rafforzato quello tra adolescenti e social network, spesso anche in maniera preoccupante. Come giudica questa relazione, a volte morbosa, con le piattaforme social?

“La situazione contingente ha messo in evidenza le lacune che molti ragazzi hanno nel rapporto con i social network. Una grossa fetta di utenti dei social non ha un’età consona per esserlo. Se bambini di 10 anni aprono un profilo su TikTok c’è un problema. Se sono 100 il problema è contenuto, ma se parliamo di migliaia di bambini è un problema sociale. Le istituzioni devono cominciare a pensare ad un’educazione all’uso dei social, a partire dai genitori. Il bambino che apre il profilo su TikTok lo fa attraverso un telefono registrato a nome di un genitore. Vuol dire che c’è un genitore consenziente o che, se non altro, ha prestato il suo silenzio assenso e non verifica adeguatamente l’attività social del proprio figlio. Spesso i ragazzi, al fatto che i genitori dovrebbero controllarli sui social, obiettano che si tratterebbe di una violazione della privacy. Io replico sempre dicendo che tutto ciò che un utente della rete fa sui social media va al di fuori della privacy, non è più nostro. I genitori devono assolutamente controllare i propri figli”.

  • E’ stato tra i protagonisti de “Il Collegio”, un docu-reality molto seguito. Quanto conta oggi, anche attraverso un programma televisivo, trasmettere ai giovani alcune regole che sembrano ormai scomparse? E’ irreale ciò che abbiamo visto nel reality o ai giovani si possono ancora insegnare valori e principi?

“Per certi versi è irreale, perchè molti adulti di oggi tendono a non fare più gli adulti. Credo che ‘Il Collegio’ faccia molto discutere e sia molto seguito perchè rimette in gioco determinate tematiche, soprattutto sul ruolo degli adulti e quello dei ragazzi. Questi ultimi sfidano le regole, ma gli adulti sono coloro che devono darle. Se questo schema salta, come fanno i ragazzi a capire qual è il limite? Il successo di questo programma televisivo soprattutto tra una generazione che non guarda la televisione è dovuto al fatto che parla il linguaggio dei giovani. Inoltre proprio sui social è particolarmente apprezzato, i frame vengono visionati ogni giorno anche se ‘Il Collegio’ è un programma limitato nel tempo e che termina dopo una serie di puntate”.

– Chiara Di Miele –

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