
E’ un filo invisibile quello che lega passato e presente e che ha contribuito a costruire le nostre comunità.
Una memoria che abita anche nei territori interni e che viene alla luce dai racconti dei nostri cari, ricordandoci che la storia non è qualcosa di lontano, ma vive anche nelle piccole comunità che con sacrificio hanno contribuito alla formazione delle coscienze civili.
In occasione della Giornata della Memoria, in ricordo delle truppe dell’Armata Rossa che il 27 gennaio 1945 liberarono il campo di concentramento di Auschwitz sancendo la fine dell’Olocausto, abbiamo raccolto la testimonianza di Pierpaolo Tierno, nipote di Giuseppe Di Pierri di Montesano sulla Marcellana, soldato internato nel campo di Saarbrucken.
Pierpaolo ci ha gentilmente ospitati, insieme a Regaliano Tommasoni, autore del testo “Montesano sulla Marcellana durante la Seconda Guerra Mondiale – Memorie di prigionieri, internati, reduci e confinati”.
Giuseppe Di Pierri fu tra gli Internati Militari Italiani, una delle pagine più sofferte della storia italiana che ebbe inizio dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Gli italiani furono messi dinanzi a due scelte: continuare a combattere al fianco della Germania o essere deportati. Quasi 700mila soldati si opposero, dando vita a una forma di eroica resistenza che pagarono a caro prezzo.
Giuseppe nacque a Montesano nel 1910 a Tempa Focale da Filippo e Rosa. Dal 1929 al 1931 aveva svolto il servizio di leva presso il III Reggimento Granatieri di Sardegna di stanza a Viterbo.
Per ottenere che le granate venissero lanciate alla maggiore distanza possibile, i componenti venivano scelti tra gli uomini più forti e anche più alti della media. Di Pierri che era alto quasi due metri e aveva lineamenti e muscoli possenti, adempì ai suoi obblighi e rientrò a Montesano dove convolò a nozze con Matilde Pepe De Novi. Nacquero Filippo, Enrico (morto a due anni per una meningite) e Alba Rosa.
Nel frattempo l’Italia era entrata nuovamente in guerra e nel 1940 Giuseppe fu richiamato alle armi ed assegnato allo stesso Reggimento. Con il suo reparto si ritrovò nella campagna di guerra dei Balcani, voluta da Mussolini per limitare l’egemonia francese e inglese nel Mediterraneo e costruire un’area d’influenza italiana. Di Pierri giunse prima a Tirana, in Albania, poi nel 1940 ebbe l’ordine di marciare verso il confine con la Grecia. Dopo una serie di peripezie, nel 1941 ci fu la resa delle armate greche. Dopo la vittoria il Reggimento fu scelto come presidio militare ad Atene. Dopo l’8 settembre 1943 Giuseppe Di Pierri partì convinto di tornare in Italia, ma insieme ad altri soldati, in balìa della confusione più totale, fu trasportato in Germania. I soldati furono costretti a stare su carri bestiame. L’inizio di un incubo.
Lo stesso militare montesanese non aveva piacere a ricordare con i suoi cari, una volta rientrato, i dettagli di quella prigionia così bestiale, così come ha raccontato il nipote Pierpaolo. Quel poco è stato trasmesso da Giuseppe ai figli.
Tra i ricordi più dolorosi c’era senz’altro il viaggio verso l’internamento, durato 10 giorni in terribili condizioni e senza la possibilità di sedersi. Un pezzo di pane e acqua erano il pasto quotidiano. Giuseppe Di Pierri fu destinato al campo di Saarbrucken, ai confini con la Francia: si trattava di un lager riabilitativo dove i prigionieri venivano utilizzati come cavie e sottoposti ad esperimenti medici. Fu sottoposto al supplizio di un bagno freddo sotto l’idrante. Arrivò a pesare intorno ai 50 kg, ben poco considerata la stazza. Durante uno dei periodi di degenza barattò un paio di scarpe per delle sigarette e del cioccolato: scambiò poi le sigarette, dato che non fumava, per del pane. Fu liberato nella primavera del ’45 e rientrò a Montesano in autunno in condizioni pietose e dopo un lungo calvario. Potette riabbracciare la moglie ed i figli. In seguito nacquero anche Mario e Dora.
Stesso destino toccò al fratello di Giuseppe, Nicola, che finì prigioniero in una industria chimica. Mentre i civili portavano la maschera protettiva, agli Internati Militari Italiani venne ordinato dai tedeschi di lavorare senza indossarla. Rientrò, dunque, in condizioni fisiche precarie, non si sposò mai e nonostante fosse il più giovane tra i 7 fratelli, fu il primo a perdere la vita.
Nel 2010 il Prefetto di Salerno ha consegnato la Medaglia d’onore per Giuseppe Di Pierri, ritirata dal figlio Mario.



