
A distanza di un anno e mezzo tre persone sono state denunciate a Salerno con l’accusa di rissa per i fatti del 7 luglio 2024, giorno in cui la città ospita ogni anno il raduno commemorativo di Carlo Falvella.
In seguito a questo atto dell’Autorità Giudiziaria e degli inquirenti interviene il Centro Sociale Asilo Politico Jan Assen di Salerno.
“Negli ultimi mesi abbiamo costruito spazi, relazioni e pratiche di libertà collettiva – scrivono – dal primo Antifa Fest, che ha riempito la città di cultura, sport popolare e socialità antifascista, fino alle piazze per la Palestina, alle mobilitazioni di studenti e lavoratori contro il genocidio e l’economia di guerra. Un percorso che ha ridato voce e forza ai movimenti salernitani, intrecciando solidarietà, conflitto e mutualismo. Il porto e l’università sono stati punti centrali di questo autunno di lotta: da un lato nodo dei traffici bellici e delle complicità con l’economia di guerra, dall’altro luogo di accordi accademici con istituzioni dell’apartheid. Le giornate del 22 settembre, del 2 ottobre e lo sciopero generale del 3 ottobre hanno mostrato che esiste una Salerno capace di prendere posizione e costruire alternativa. Negli ultimi anni, in risposta a queste provocazioni, la nostra comunità si è organizzata attraverso momenti mobilitativi e di aggregazione per ricostruire spazi e pratiche antifasciste in città. Queste denunce arrivano chiaramente come ritorsione dopo le mobilitazioni di settembre e ottobre, un tentativo della Questura di colpire chi ha partecipato attivamente alle giornate di lotta, di intimidirci e di svuotare di significato politico ogni forma di opposizione sociale. L’obiettivo è politico: equiparare sul piano giudiziario antifascismo e neofascismo, trasformando in reato ciò che è pratica di comunità e resistenza“.
Poi uno sguardo alla situazione nazionale: “Negli ultimi anni in tutto il Paese assistiamo a un’escalation repressiva contro i movimenti: denunce, arresti, misure cautelari, fogli di via, divieti di dimora e campagne mediatiche di criminalizzazione. Dai processi per le lotte studentesche e universitarie, alle denunce contro chi si mobilita per la Palestina o per il diritto alla casa, fino ai casi di Anan, Ali, Mansour e degli arrestati per il carnevale No Ponte, ogni episodio mostra la stessa logica: punire chi rompe il silenzio, chi organizza dal basso, chi rifiuta di accettare la guerra e la miseria come orizzonte inevitabile“.

