
E’ in corso la campagna di scavi nell’alveo della cavità carsica delle Grotte di Pertosa-Auletta, l’unico complesso speleologico in Europa attraversato da un fiume navigabile che riemerge all’esterno confluendo nel fiume Tanagro.
Gli speleo-archeologi in queste settimane sono penzoloni con le mani immerse nell’acqua nel tentativo di togliere delicatamente il fango in cui sono immersi i reperti e portarli a galla. Nel corso di una mattinata abbiamo assistito al loro lavoro, affascinati dalla perizia e dalla calma che li contraddistingue, allietati dal costante sottofondo dello scroscio dell’acqua.
Pazienza, delicatezza e meticolosità sono gli strumenti per approcciare a quelle tracce materiali che gli abitanti della grotta dall’epoca ellenistica a quella romano imperiale ci hanno lasciato. Gli scavi della scorsa campagna, svolti lungo la condotta d’ingresso, hanno riportato alla luce reperti che delineano un quadro più nitido dell’uso della grotta in epoca storica. Le numerose lucerne in terracotta e preziosi ornamenti personali suggeriscono attività votive e momenti rituali ripetuti nel tempo. La disposizione dei materiali e la natura degli oggetti confermano che una parte di cavità presso l’ingresso ha funzionato come luogo di culto frequentato da gruppi locali o di passaggio nel territorio, attratti dal carattere simbolico e peculiare dell’ambiente ipogeo.
Volendo approfondire gli obiettivi degli scavi e scoprire cosa è emerso di nuovo, abbiamo incontrato la Presidente della Fondazione MIdA Maria Rosaria Carfagna, che, intenta nella pulizia di un reperto ultramillenario, ha risposto alle nostre curiosità.
- Qual è la sensazione quando si trova un reperto e si riesce ad arricchire il quadro storico di un altro tassello?
E’ emozionate lo scavo, il ritrovamento. E’ un lavoro di grande pazienza, ma impagabile. Pensare che l’oggetto che si ha tra le mani è testimonianza di un passato, di persone che hanno vissuto un momento con quell’oggetto che oggi è qui regala una sensazione unica. Trovo che tutto questo abbia un valore spirituale, non a caso ci troviamo in un’area cultuale.
- Le Grotte di Pertosa-Auletta sono un unicum, sia per l’aspetto naturalistico della cavità carsica sia per la presenza di tracce di insediamenti umani di varie età. Quali competenze sono necessarie per affrontare questa tipologia di scavo?
C’è bisogno di elevata professionalità, infatti qui sono all’opera gli speleo-archeologi poiché lo scavo si svolge in condizioni particolari. Hanno una preparazione e professionalità in archeologia preistorica, tanto che riescono ad individuare elementi frammentari, reperti piccolissimi che difficilmente qualcun altro potrebbe notare, ad esempio ossicini di volatili, resti organici, denti di fauna. Il lavoro stratigrafico è molto difficile perché qui si lavora nel fango, nell’acqua. Bisogna rispettare gli strati e una volta individuati si scattano fotografie e si esegue l’attività: è un lavoro molto delicato, faticoso e richiede competenze particolari.
- Da quanto emerso finora quali caratteristiche si possono attribuire alle popolazioni che qui hanno vissuto?
Nella preistoria questa zona sarà stata dedicata alla pastorizia. Le testimonianze ce lo dicono, molti manufatti ci fanno pensare alla lavorazione del latte, alla tessitura grazie ad elementi del telaio, a quando l’uomo ha cominciato ad avere un rapporto con la divinità. Questa parte dell’alveo era una zona votiva: qui il sacro è legato all’acqua come fonte di vita. L’acqua, come in questo luogo, ha dato spinta allo sviluppo della civiltà umana, come nel presente l’acqua produce energia; quindi, c’è qualcosa di sacro ancora oggi. Dell’epoca ellenistica abbiamo rinvenuto monete che ci assicurano una datazione precisa. Di epoca romana restano pezzi di lance, di arnesi da caccia: era una zona di passaggio con la vicina Lucania. La grotta, d’altronde, non è stata mai abbandonata. Si trovano infatti reperti del 1400-1500 e, più di recente, durante la Seconda Guerra Mondiale usata come rifugio, israeliani hanno lasciato scritte in ebraico sulle pareti della grotta.
- A chi era dedicata la zona votiva?
Non abbiamo ancora scoperto la divinità della grotta, però si pensa che le offerte fossero rivolte alle divinità delle acque. D’altronde, se ci rifacciamo alle fonti, già nel commento di Servio all’Eneide di Virgilio si legge che “non esiste nessuna fonte che non sia sacra” quindi tutto ciò che è legato all’acqua è sacro e i reperti che stanno riaffiorando sicuramente trasudano sacralità. Infatti qui la vita è stata possibile grazie all’acqua: le persone, gli animali hanno vissuto bevendo da questo fiume. Qui ci sono molti resti organici di animali carbonizzati, avifauna, offerte rituali che venivano bruciate, infatti molti reperti sono combusti. I residui organici li conserviamo in acqua per poi farli analizzare.
- Cosa si pensa di trovare in questa campagna?
C’è tanta roba, quest’anno abbiamo condotto due campagne di scavo. A noi interessa diffondere il concetto di sostenibilità: l’acqua consente di preservare il patrimonio culturale, qui ne abbiamo la dimostrazione. Abbiamo aperto una finestra sul passato, ma c’è tanto da studiare, cercare e repertare perciò servono fondi per affrontare questi passaggi. L’azienda che ha creato la centrale idroelettrica ci sostiene, ma auspichiamo in altri finanziamenti.
- Qual è il rapporto della comunità locale con le Grotte? Avvertono una connessione tra passato e presente?
E’ una comunità partecipe che sente cosa sua le Grotte: qui si crea una famiglia. Vedo anche i dipendenti felici nel momento di un ritrovamento. Queste sono occasioni per favorire lo spirito di comunità. Questo posto può dare tanto, anche come prospettive di crescita sociale e culturale.
- Assistere agli scavi, ammirare reperti archeologici può essere da stimolo per perseguire gli studi classici?
Abbiamo promosso campagne con gli studenti universitari. Quando sono venuti, i ragazzi perlopiù non erano interessati. La ricerca archeologica è un’attività che richiede pazienza, studio, concentrazione e i giovani di oggi corrono. Ci vuole tanta passione. Oggi stiamo spostando tutti gli sforzi sulle facoltà scientifiche, trascurando il nostro DNA, la nostra formazione classica e culturale, quindi il perno della civiltà occidentale. Lo studio del latino e del greco, ad esempio, andrebbe promosso perché utile al ragionamento. La formazione classica resta anche se poi si affrontano studi scientifici. Credo che l’archeologia e i beni culturali siano e debbano essere il traino del Paese. A novembre altra campagna scavi. Spero di ampliare il cantiere di scavo. Qui c’è ancora tanto da scoprire e abbiamo bisogno di altri fondi.
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