don Antonio Tozzi

Doveva essere una domenica sera come tante per gli abitanti della Campania e della Basilicata, quella del 23 novembre 1980, quando alle 19.35 i pennini del sismografo dell’Osservatorio vesuviano registrarono una scossa sismica dell’8° grado della scala Mercalli, con epicentro tra le province di Avellino, Salerno e Potenza.

Dalle viscere della terra un forte boato accompagnato da una scossa sismica della durata di 80 secondi, fece crollare edifici e cancellò interi paesi dell’Alto Medio Sele e Tanagro. La polvere intensa, le continue scosse di assestamento, le urla della gente sconvolta che era rimasta intrappolata sotto le macerie e le richieste di aiuto di coloro che si erano messi in salvo e iniziarono a scavare a mani nude per salvare altre persone, terminarono quella notte con un silenzio spettrale che si calò su quelle città. Solo all’alba le dimensioni del terremoto cominciarono a delineare la gravità che la catastrofe aveva provocato con centinaia di morti, feriti e sfollati.

Nel Tanagro, la città maggiormente colpita fu San Gregorio Magno che registrò 27 morti, un centinaio di feriti e 1000 sfollati.

Tra i superstiti, il parroco della città don Antonio Tozzi. “Ero a casa quando tutto iniziò a tremare. Uscii fuori e trovai tante persone in strada – racconta – Ci radunammo in un giardino mentre intorno le case crollavano e la gente urlava, piangeva e fuggiva disperata. Tra le macerie c’erano due fratelli che si sorreggevano abbracciati. Cercai di spronare i due giovani a togliersi da quel posto pericolante e aiutare altre persone intrappolate vive sotto le macerie ma mi guardarono in silenzio. Sotto quel cumulo di pietre che era ciò che restava della loro casa, erano morti tutti i loro parenti“.

Franco Paglia

Alcune famiglie come quella di Franco Paglia, 50 anni, furono completamente sterminate. “Avevo solo 13 anni– spiega Franco – Stavo cenando con la mia famiglia quando venne giù la casa ed io mi trovai sepolto vivo sotto le macerie. Non capivo nulla. Sentivo solo l’odore della polvere che mi faceva soffocare. Solo quando fui salvato capii che sotto le macerie erano deceduti otto componenti della mia famiglia. Oggi però, a distanza di 37 anni mi sento miracolato e fortunato di essere sopravvissuto a quella catastrofe che ha segnato per sempre la mia vita”.

Onofrio Grippo

Anche l’ex sindaco Onofrio Grippo, ricorda quei tragici giorni. “Nelle ore successive al terremoto, lo scenario che si presentò agli occhi della comunità era apocalittico. Mancava tutto e scavammo a mani nude per tirare fuori qualcuno dalle macerie  racconta – Il sisma cambiò la geografia del paese che fu completamente ricostruito e le cui opere pubbliche costarono 500 miliardi di lire. Bisognava ridisegnare un tessuto urbano ormai inesistente. San Gregorio Magno diventò un grande cantiere. A 37 anni dal terremoto, solo via Bacco e la Chiesa Madre testimoniano quella che è stata la storia della nostra città e che ha diviso per sempre il tempo in pre e post sisma”.

– Mariateresa Conte –

Un commento

  1. Joe Leenar says:

    Quanto dolore trasuda dalle testimonianze e dalle foto di questo articolo! Soprattutto la foto della signora seduta sopra le macerie con lo sguardo nel vuoto. Vuoto che il terremoto ha spietatamente creato, dentro e fuori la vita dei sopravvissuti.

    “Italiane e italiani, sono tornato ieri sera dalle zone devastate dalla tremenda catastrofe sismica. Ho assistito a degli spettacoli che mai dimenticherò. Interi paesi rasi al suolo, la disperazione poi dei sopravvissuti vivrà nel mio animo. Sono arrivato in quei paesi subito dopo la notizia che mi è giunta a Roma della catastrofe, sono partito ieri sera.
    Ebbene, a distanza di 48 ore, non erano ancora giunti in quei paesi gli aiuti necessari. E’ vero, io sono stato avvicinato dagli abitanti delle zone terremotate che mi hanno manifestato la loro disperazione e il loro dolore, ma anche la loro rabbia. Non è vero, come ha scritto qualcuno che si sono scagliati contro di me, anzi, io sono stato circondato da affetto e comprensione umana. Ma questo non conta. Quello che ho potuto constatare è che non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi. E i superstiti presi di rabbia mi dicevano: “Ma noi non abbiamo gli attrezzi necessari per poter salvare questi nostri congiunti, liberarli dalle macerie”

    “Perché un appello voglio rivolgere a voi, italiane e italiani, senza retorica, un appello che sorge dal mio cuore, di un uomo che ha assistito a tante tragedie, a degli spettacoli, che mai dimenticherà, di dolore e di disperazione in quei paesi. A tutte le italiane e gli italiani: qui non c’entra la politica, qui c’entra la solidarietà umana, tutte le italiane e gli italiani devono mobilitarsi per andare in aiuto a questi fratelli colpiti da questa nuova sciagura.
    Perché, credetemi, il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi.”
    (Sandro Pertini, discorso alla nazione dopo il terremoto in Irpinia del 1980)

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*