Via Matteotti

La chiusura della bottega di Carmine Greco, uno degli ultimi artigiani – artisti in attività a Sala Consilina, ha aperto un cassetto della mia memoria che mi ha permesso di fare un viaggio tra quelle botteghe di artigiani, che rendevano vivo, con i loro odori, i loro rumori, le loro voci, il centro cittadino trasformandolo quasi in un grande presepe. C’era il fabbro, il falegname, l’arrotino, il calzolaio, l’ombrellaio, il sarto. Il mio viaggio, tra le botteghe che non ci sono più, inizia da via Matteotti. Avevo più o meno 10 anni, siamo nella seconda metà degli anni Ottanta, andavo a piedi, di pomeriggio, a scuola di musica e quando tornavo a casa percorrevo tutta via Matteotti partendo dalla discesa di “Alfisi”.

Camminando la prima bottega che incontravo sulla sinistra, più o meno nei pressi dell’ex Bar Nazionale, era quella del fabbro. Già qualche decina di metri prima si sentiva il rumore provocato dai colpi del martello sull’incudine dati da mio zio Pantaleone Di Somma. Lo ricordo come se fosse ieri, alle prese con una bacchetta di ferro e in tenuta da lavoro, composta da una parannanza di cuoio e dallo schermo per proteggere gli occhi quando saldava. Pochi metri più avanti, questa volta sul lato opposto della strada c’era la bottega di falegname di Michele Amabile, indossava un camice blu e quando lavorava il legno lo faceva con una delicatezza tale, quasi come se stesse facendo un intervento chirurgico ad un essere umano.

Quasi all’altezza dell’incrocio tra via Matteotti e via Giocatori si trovava il negozio del radiotecnico “Gigetto”. Bassino, con un marcato accento romano, lo trovavi in bottega ad armeggiare tra valvole, condensatori e transistor. “Ciao a regazzì”, era il suo saluto. Gigetto poi era colui che faceva “parlare” i politici o aspiranti tali durante i comizi elettorali che in quegli anni si tenevano in piazza Umberto I, sulla cosiddetta “ferriata”. Gigetto era il fornitore ufficiale dell’impianto audio dei comizi e molto spesso anche della macchina che nelle ore precedenti girava per la città annunciando l’ora in cui avrebbe parlato il candidato. Il suo era l’unico nome che riusciva a “mettere d’accordo” tutti i partiti esistenti in quegli anni (DC, PCI, PSI, PSDI, MSI, DP, PSIUP, PDUP, PLI e PRI tanto per citarne alcuni).  Soprattutto al mattino percorrendo la scalinata Giannone, che collega via Matteotti ai “giardinetti”, imbattersi nell’aroma del caffè appena tostato da don Ciccio Cioffi nella sua torrefazione.

Piazza Umberto I

In piazza Umberto I poi, quasi tutti i giorni, trovavi “Michele u mbrellaro” al quale potevi rivolgerti se avevi un ombrello da riparare. Michele lo portava nel suo laboratorio nel cuore del centro storico e dopo qualche giorno te lo riportava perfettamente funzionante. Costo della riparazione variabile tra le 500 e le 1000 Lire.

Salendo da via Grammatico poi c’era la bottega di Rosario “u scarparo”. Le pareti, per metà erano invase da scarpe da sistemare e per l’altra metà tappezzate di calendari e pagine di riviste con foto di ragazze vestite con “poco”. Era una tappa fissa di molti adolescenti che passando, si fermavano a salutarlo. La scusa era buona per dare una rapida occhiata alle pareti.

Molte di queste persone purtroppo non ci sono più, mi scuso se qualcuna non l’ho citata, e hanno lasciato nella mia memoria e nel mio cuore, come sicuramente in quello di tante altre persone, il ricordo di un passato, non tanto remoto, dove i rapporti umani erano genuini e sinceri. Rapporti non contaminati  dalla realtà virtuale generata dagli smartphone e da Facebook dove nascono rapporti a “contratto” che con un neologismo si potrebbero definire “virtumani”, basati nella maggior parte dei casi sui “mi piace”, “condividi”, “accetta”, “elimina” e “blocca” e magari poi con gli amici di questo nuovo mondo virtuale ci si incontra in quello reale senza nemmeno riconoscersi.

– Erminio Cioffi –


 

Un commento

  1. Gerardina Mugnolo says:

    Ho letto con emozione, i nomi citati nell’articolo. Ricordo benissimo Gigetto. Il profumo del caffè di Don Ciccio Cioffi,Sono passati molti anni da quando ho lasciato Sala, ma questo articolo mi ha commossa . Complimenti

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