Lettera aperta del Servizio Immigrati del Patronato Acli Salerno

L’immigrazione in Italia è ormai un fenomeno strutturale, eppure nel discorso pubblico e politico se ne parla prevalentemente ancora in termini allarmistici. L’impegno profuso durante questa emergenza sanitaria è stato l’antidoto che, dopo anni di sovraesposizione mediatica, è riuscito a interrompere la diffusione di un altro virus, quello dell’invasione, dell’emergenza sicurezza, della difesa dei confini, di cui per qualche settimana non abbiamo più avvertito i sintomi.

Un virus, questo sì, nato in “laboratorio” e diffusosi in questi anni attraverso una propaganda martellante e spregiudicata, resistente anche al “vaccino” dei numeri e delle statistiche, che non è riuscito ad abbassare la febbre della preoccupazione nei confronti del fenomeno migratorio, cristallizzando tutti sul perenne plateau del pericolo straniero. Insomma, un’epidemia che ha infettato le menti e le capacità cognitive di un bel pezzo di Paese.

Oggi che la fase acuta dell’emergenza Coronavirus è mitigata riemergono, dopo una breve fase di torpore, le mille contraddizioni ed i limiti che il nostro sistema normativo deve affrontare quando si parla di immigrati, lavoratori stranieri, riportando la questione al centro del dibattito stavolta non delle campagne elettorali, ma di quelle agricole. Un comparto in sofferenza che, da quando il lockdown ha chiuso le rotte dei lavoratori stagionali provenienti dall’estero, ha sollecitato la politica sull’esigenza di regolarizzare i sans papiers presenti da anni sul nostro territorio, attraverso il rilascio di un permesso di soggiorno che permetterebbe loro di essere assunti, di salvare la stagione della raccolta e di disinnescare la piaga del lavoro nero.

Una ricetta forse un po’ troppo ambiziosa, che guarda egoisticamente più all’utilità produttiva che ai diritti delle persone, che fuori da una visione d’insieme, che intervenga anche su questioni salariali e abitative, risolverà questioni parziali, ma che ha il merito di aver riaperto un dibattito che da quasi un decennio non trovava spazio nell’azione politica di un governo.

Il braccio di ferro che è in atto da giorni, sia contro il Governo, che all’interno della stessa maggioranza, contrappone posizioni inconciliabili: alcune che affrontano nel merito – anche maldestramente, duole dirlo – la questione della durata dei permessi o delle categorie di lavoratori (agricoli e/o lavoratori domestici) da includere nella sanatoria, e altre che si trincerano dietro posizioni ideologiche e identitarie che tanto hanno fruttato in questi anni al borsino elettorale dei loro promotori.

L’epilogo, dopo le ventilate dimissioni da parte della Ministra Bellanova in caso di mancata firma al decreto, non è scontato, ma l’auspicio è che non si sprechi l’occasione per riconoscere diritti e per mettere una pezza ai buchi di disuguaglianze e di irregolarità che la legge Bossi-Fini endemicamente produce da più di un ventennio. Una regolarizzazione è necessaria, tanto quanto tornare a una riprogrammazione dei flussi d’ingresso, prevedendo quote dedicate a tutti i lavoratori, non solo quelli stagionali, modificando di conseguenza il sistema di rilevazione del fabbisogno. Si dovrebbero prendere in considerazione, oltre alle esigenze delle imprese, anche quelle delle famiglie ad esempio, o dei comparti che richiedono manodopera non solo in determinati periodi dell’anno. Solo così si può superare una delle tante contraddizioni di una gestione miope che in questi anni ha creato un enorme corto circuito.

Pensiamo ai tanti stranieri entrati nel nostro Paese negli ultimi anni, nell’80% dei casi non con un barcone ma con un visto e un biglietto aereo, dall’Europa dell’Est o dal Sud America. Questi, dopo aver trovato lavoro nei campi, nelle case degli italiani, sui cantieri, impossibilitati a regolare la posizione a causa di una Bossi-Fini che concede ad un datore di lavoro italiano di assumere una persona che vive all’altro capo del mondo senza conoscerla, ma gli vieta di assumere chi già vive in Italia, ha costretto molti a tentare la strada della richiesta asilo: per la maggior parte dei richiedenti, un bluff istituzionalizzato, come unico strumento per vedersi rilasciare un permesso provvisorio, in attesa di quel diniego che, nel giro di due/tre anni, per mancanza dei requisiti in materia di protezione internazionale, li riportava tutti alla casella del via.

Una farsa che grava sia sul sistema Paese, che preferisce in alcuni casi voltarsi dall’altra parte e in altri sostenere i costi di un’accoglienza dopata, sia sui “diniegati” che tornano sul territorio da irregolari, facili prede del lavoro nero e dei circuiti di attività illecite, in quanto i rimpatri, costosi e complessi, sono realizzabile solo nei programmi elettorali.

Uno scenario che solo in parte descrive la complessità e i paradossi del fenomeno migratorio in Italia, che richiederebbe risposte politiche articolate e visioni a lungo termine, in linea con i tempi e con uno sguardo oltre il cortile di casa propria. Per evitare future criticità, sarebbe necessario studiarne i numeri, le cause, gli incentivi, per proporre e offrire al Paese soluzioni concrete e non più feticci sui quali consumare una perenne campagna elettorale di cui siamo tutti da troppo tempo ostaggio.

Ciò che occorrerebbe è un ripensamento totale della gestione, in una visione più lucida, consapevole, razionale – e umana che non guasta – governando un fenomeno e non subendone l’inarrestabile divenire che, alla lunga, produrrà tensioni di gestione sempre più complessa.


 

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