Quando la legge sulla privacy non preserva i giovani. Lettera alla redazione di Maria Antonietta Rosa



























Lettera aperta alla redazione di Maria Antonietta Rosa

Sono una zia, non più giovane, residente in Campania che dopo aver saputo di un ricovero ospedaliero, tramite pronto soccorso, di mia nipote che abita in una città del Nord ho telefonato al centralino dell’ospedale per conoscerne le reali condizioni di salute. Mi è stato risposto che per la legge sulla” privacy” non poteva essere data alcuna notizia a persone diverse dai genitori.

Data la distanza chilometrica che mi divide dalla sua residenza mi è possibile vederla solo durante le vacanze estive, quando risiede presso l’abitazione di mio fratello, che ha avuto dal Giudice l’affidamento condiviso dopo la separazione dalla sua compagna.  Più di una volta, essendo una docente, mi sono interessata del suo andamento scolastico, telefonando in segreteria per parlarne con qualche collega ma ho avuto, sempre, la stessa risposta: “Possiamo dare notizie degli alunni solo ai genitori e non ad altri parenti”.










Le cronache di questi giorni portano alla ribalta notizie che ci fanno rabbrividire, riguardanti la morte di adolescenti a causa della droga, ragazze violentate e stuprate, tagliuzzate ed “invaligiate”. La colpa di questi crimini ricade, quasi sempre, sulle famiglie: spesso separate, divorziate, allargate, malate, annullate. Solo dopo la morte di tanti ragazzi si fanno indagini, a largo raggio, su tutti membri della famiglia senza preoccuparsi della “privacy”. Viene chiesto agli zii, ai nonni, ai cugini, ai condomini, ai docenti se si fossero resi conto, in precedenza, delle difficoltà che i ragazzi avevano, sicuramente, evidenziato. Viene colpevolizzata anche la scuola ed i docenti che avrebbero potuto e dovuto evitare tali tragedie. Con l’inutile senno del poi i media non si preoccupano più di rispettare la legge sulla vita privata di ogni cittadino.

Data la mia età, 67 anni, ricordo gli anni in cui anche gli zii ed i nonni avevano la possibilità di telefonare quando avevano il dubbio che i ragazzi avessero marinato la scuola, ciò non avveniva per curiosità ma solo perché si sentiva il bisogno di essere presenti, con affetto e protezione, nella loro vita. Quando nelle nostre case entrava il fidanzato di una ragazza, a noi sconosciuto perché proveniente da un altro paese, potevamo rivolgerci al parroco, e non solo, per avere notizie circa la sua condotta morale ed essere tranquilli per avergli aperto la porta della nostra casa, affidandogli il cuore e l’affetto di una giovane. Quando a chiedere la mano era un ragazzo che indossava una divisa era tutta la famiglia, compresi zii, nonni, cugini, per più generazioni, ad essere indagata perché lo Stato aveva bisogno di conoscerne l’integrità legale, dimostrando di essere e di essere stati integerrimi, prima di dare il consenso per il matrimonio.

Penso che ci sia una grossa incoerenza tra tanto rigore nel rispetto della vita privata, dal momento che tutti noi sappiamo di essere osservati, ogni giorno, in tutto ciò che facciamo, a partire dai nostri acquisti, movimenti, messaggi, telefonate perché dalle “celle telefoniche” si può risalire al tempo ed al luogo dove eravamo. Tutto questo viene evidenziato soprattutto quando siamo sospettati di aver commesso un reato. Sarebbe possibile e più semplice prevenire i reati se a tutti noi venisse data la possibilità di preoccuparci dei nostri cari, senza avere paura che qualcuno ci impedisca di farlo.

– Maria Antonietta Rosa –

































One Comment

  1. Roberto De Luca says:

    Giuste considerazioni della prof.ssa Rosa. Auguro una pronta guarigione alla sua nipotina.

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