Il pane è considerato da sempre un genere alimentare di prima necessità, ma lo era ancora di più per i nostri avi, considerata la povertà che regnava fra la popolazione contadina del Vallo di Diano qualche secolo fa.
Intorno a questo cibo, numerose erano le tradizioni e le credenze che le donne di casa seguivano, dal suo impasto fino alla cottura e alla futura consumazione.
Per fare il pane casereccio, le nostre nonne non utilizzavano il moderno lievito di birra ma la famosa “criscia” che, ancora oggi, viene utilizzata da qualche donna che porta avanti la tradizione; la criscia non è altro che un pezzo di impasto vecchio lasciato fermentare, coperto da un canovaccio e segnato da una croce come simbolo di buon augurio.
Anche le “panelle”, prima di essere infornate nei tradizionali forni a legna, venivano segnate con una croce di buona riuscita, come se il duro lavoro svolto chiedesse benedizione dal Signore. Non a caso, infatti, si recitavano anche frasi e preghiere per la buona riuscita dell’infornata.
Un’altra credenza molto forte, durante la preparazione del pane, in alcuni casi presente ancora oggi, era che non si dovesse entrare nella stanza del forno quando era tutto pronto per la cottura in quanto c’era il rischio che quando poi si usciva si ci portasse dietro la cosiddetta “ròsa ru fùrn”.
Altre regole da osservare erano di non scuotere la tovaglia accanto al fuoco, dare del pane ai maiali, capovolgere le panelle e fare il pane nei gioril paneni dedicati al Signore.Un’altra pietanza antichissima del Vallo di Diano, quasi scomparsa, era la “cuccìa”: una zuppa di semi cotti preparata in occasione di Santa Lucia oppure del primo Maggio e distribuita ai poveri nel centro della piazza.
A Casalbuono aveva come scopo quello di allontanare i moscerini ed era composta da ceci, grano, mais, lenticchie e fagioli; a Montesano invece, era fatta solo di grano e per il Primo Maggio mentre nella frazione di Arenabianca veniva preparata il 13 dicembre utilizzando 13 legumi.

– Sara Maggio – ondanews –

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