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Il delitto di Antonio Pascuzzo, il 18enne ucciso a coltellate dopo essere scomparso da casa lo scorso 6 aprile, ha aperto uno scenario tragico quanto doloroso a Buonabitacolo e nell’intero Vallo di Diano. La stessa confessione di colpevolezza resa dal coetaneo Karol Lapenta lascia interdetti e senza spiegazioni chiunque abbia conosciuto i due giovani buonabitacolesi. Proprio come il sindaco Giancarlo Guercio, ascoltato da Ondanews dopo questi giorni che hanno intriso di dolore la comunità che amministra.

  • Sindaco, all’indomani del delitto di Buonabitacolo, secondo Lei cosa sta succedendo a livello sociale?

“Registriamo una situazione seria, sicuramente si stanno verificando dei fenomeni che richiedono da parte nostra e da parte anche dei genitori e delle parti sociali attive, un grande sforzo soprattutto verso l’ascolto e la comprensione dei nuovi linguaggi che stanno emergendo e che appartengono ai giovani. Oggi, con un certo coraggio, bisogna ammettere che si tratta di una fascia debole per vari motivi: non riusciamo ad offrire ai giovani opportunità lavorative serie, una formazione stabile e non riusciamo a comprendere le nuove necessità dei giovani. Per questo, ritengo che i giovani vadano annoverati tra le fasce deboli. Molti brillantemente si salvano, ma stanno diventando una rarità tra la maggior parte dei ragazzi che lanciano segnali di  malessere. Attenzionare i dati, ascoltare le persone, interpretare i nuovi linguaggi e avere il coraggio di definire alcune linee programmatiche che possano arginare fenomeni come la droga e possano offrire stimoli che sappiano interessare chi non ha ancora una struttura etica e morale ancora non definita. Abbiamo uno strumento come il Piano di Zona che deve meglio comprendere quelle che sono le forme di disagio giovanile e perfezionare una programmazione concreta”.

  • Potremmo parlare di fallimento da parte della società nell’intercettare i disagi giovanili?

“Più che di fallimento parlerei di rimescolamento dei ruoli sociali e istituzionali. Non possiamo immaginare di offrire ai ragazzi modelli che risultano desueti, dobbiamo ravvivare il senso stesso delle Istituzioni e sdoganare alcune costruzioni sociali che non potrebbero trovare oggi applicazione. Questo significa capire cosa a larga scala sta succedendo e immaginare quale strumento possa funzionare oggi o tra dieci anni. Ciò che davvero si è perduto è quel comparto etico e morale di cui erano composte le popolazioni delle piccole realtà come le nostre, dove si è riscontrato sempre l’essere fattivo e produttivo anche in condizioni di estrema difficoltà dove non c’erano i grandi collegamenti. Le cose che servivano erano prodotte dall’estro dell’uomo, dall’artigianalità. E’ scomparso non solo dal Vallo di Diano ma a larga scala perché siamo figli di una realtà che veicola a velocità da una parte all’altra del mondo. Mi piacerebbe ritrovare quei tratti essenziali della civiltà”.

  • Buonabitacolo, come il Vallo di Diano, deve ripartire costruttivamente da questa tragedia, giusto?

“Meno di un anno fa, parlavo di sfacelo a Buonabitacolo ma nell’ultimo periodo è come se ci fosse stato un tracollo a livello sociale e oggi è come se avessimo subito un terremoto che ha fatto crollare alcuni edifici saldi della nostra società. Se abbiniamo a questa metafora ideologica anche la collezione di alcune strutture come la piscina, forse comprendiamo che per tanti aspetti viviamo in un contesto di macerie. C’è un immagine che mi ha sempre coinvolto intellettivamente e moralmente ed è quella della fenice, che muore bruciandosi, ardendosi di fiamme che la consumano. Ma deve vivere quel trapasso sacrificale e da quella purificazione risorge. Voglio utilizzare questa figura come momento di speranza: il fatto che sia accaduto a Buonabitacolo non stana l’ipotesi che accada anche altrove soprattutto se si continua con lassismo su alcune problematiche. Per me oggi significa spostare i mattoni crollati, essere vicino alle persone e intercettare i tratti migliori dei cittadini e saper interpretare desideri e speranze. Sono un cultore di tragedie classiche: le tragedie erano un momento pedagogico per ammaestrare le masse. Ci insegnano che le catastrofi sono inevitabili nella vita dell’individuo: oggi Buonabitacolo ha vissuto una catastrofe ma nella tragedia la soluzione non è la catastrofe, è l’incidentalità la catastrofe e il modo in cui l’uomo reagisce alla catastrofe può rappresentare la sua catarsi con l’impegno e guardare elementi alti che sono i principi etici e disegnare una prospettiva nuova”.

– Claudia Monaco –


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