La storia di Maria Antonietta Rositani, 43enne di Reggio Calabria, è una storia simbolo di caduta e di rinascita, è la storia di una grande donna con una forza inimmaginabile per quello che ha passato. Ma la sua storia deve anche far riflettere su quanta strada c’è ancora da fare per la lotta alla violenza sulle donne, ne è dimostrazione il numero di vittime che aumenta a dismisura.

Maria Antonietta aveva lasciato il marito, Ciro Russo, con il quale ha avuto due figli, dopo 20 anni di incubi e violenze. Nonostante stesse scontando i domiciliari a casa dei suoi genitori ad Ercolano, la notte tra l’11 e il 12 marzo 2019 Ciro Russo ruba di nascosto l’auto del padre ed arriva la mattina a Reggio Calabria dove poi si è procurato tre bottiglie di benzina per dare fuoco all’ex moglie dopo averla speronata con la propria auto.

Maria Antonietta era andata ad accompagnare i figli a scuola e si è trovata davanti l’uomo in preda a una furia omicida: “Il piano ingegnato dall’imputato – scrive infatti il Gup del Tribunale di Reggio Calabria Valerio Trovato nelle motivazioni della sentenza di condanna a 18 anni di carcere emessa lo scorso luglio nei confronti di Ciro Russo – non viene portato a compimento solo ed esclusivamente per la prontezza della donna, che riesce a scappare dalla morsa del Russo e a salvare la vita, riuscendo a spegnere le fiamme grazie ad una pozzanghera, causata dalla pioggia del giorno precedente”.

Maria Antonietta è tornata a casa a fine novembre 2020, dopo mesi di cure e grandi dolori. Le abbiamo rivolto qualche domanda per continuare a tenere alta l’attenzione sul dramma che vivono tante donne e tante famiglie.

 

  • Maria Antonietta, iniziamo dalla fine: dopo venti mesi di cure all’ospedale e immani sofferenze, lo scorso novembre è finalmente tronata a casa. Come sta?

Discretamente. Sono costretta a fare delle cure e fisioterapie, purtroppo ci vorrà molto tempo prima di poter tornare alla mia normalità.

  • Quanti interventi ha dovuto subire?

Se dico 200 volte in sala operatoria forse è poco, considerando che sono entrata un giorno sì e un giorno no in venti mesi.

  • Dovrà farne altri?

Si, dovrò essere operata all’occhio, poi si deciderà per le gambe in base a come evolvono le cose. Adesso ancora è troppo presto.

  • Facciamo qualche passo indietro. Quali sono stati i primi segnali di violenza del suo ex?

Il primo segnale di violenza l’ho avuto purtroppo quando eravamo fidanzati, come dico spesso quando faccio discorsi ai ragazzi, pensavo di aver incontrato il mio principe azzurro, avevo 19 anni. E’ stato il mio primo amore. Un giorno iniziò con uno scatto molto violento ma ho subito pensato “Lo fa perché è geloso”, quasi come se all’inizio magari ti può fare piacere perché interpreti la gelosia come un modo di amare e invece quello è stato l’inizio. Poi ci siamo sposati, abbiamo avuto la bambina, lui continuava ad essere violento per qualunque cosa ma purtroppo, come spesso accade, ti dici “Ormai che faccio? Gli voglio bene, andiamo avanti”. Tra l’altro lui era violento non solo con me ma anche con i suoi genitori, quindi era proprio violento di suo.

  • Tra le motivazioni che la portavano a non reagire c’era anche la dipendenza economica nei suoi confronti?

No, anzi era lui che dipendeva economicamente da me.

  • Qual è stato l’episodio che l’ha convinta a denunciare?

Un giorno ha dato botte a mia figlia che era intervenuta per difendere me, a quel punto non ce l’ho fatta più, ho chiamato i carabinieri davanti a lui, sono venuti a casa e l’indomani sono andata a denunciare ma purtroppo, come spesso accade, la protezione non ce l’hai. Infatti ho denunciato e poi di quella denuncia mio padre venne a scoprire che era addirittura posta in un cassetto, non è stata mai elaborata.

  • Perché?

Era semplicemente messa in un cassetto con la scritta “da elaborare dopo le festività natalizie”. La denuncia l’ho fatta il 20 dicembre 2017, poi lui è stato arrestato il 5 gennaio 2018, colto in flagranza di reato e poi purtroppo è stato messo ai domiciliari e da lì è evaso, ha percorso 450 km di distanza ed è venuto a Reggio Calabria il 12 marzo 2019.

  • Quella terribile mattina come ha fatto a trovare la forza per reagire sfidando la morte?
Foto: Strettoweb.com

Ringrazio sempre Dio per la grande forza che mi ha dato. Lui ha dato fuoco prima alla macchina con me dentro, poi sono riuscita ad uscire dal lato dove c’era lui perché altrimenti sarei morta cremata in auto, gli sono andata contro dal lato passeggero, non contento mi ha versato la benzina sopra ed in fiamme mi sono gettata in una pozzanghera e ho iniziato a spegnere il fuoco. Gli sono andata incontro, lui si è messo a scappare e io ho iniziato a spogliarmi per spegnermi il più possibile le fiamme. Tutto questo alle 9 del mattino vicino a delle scuole.

  • Qual è stata la sua più grande motivazione per continuare a lottare in tutti questi mesi di sofferenza?

Sicuramente i miei figli: pensi che quando lui mi ha dato fuoco ha detto “Muori” e io gli ho risposto “No io non muoio, vado dai miei figli”. E poi nel mio percorso sicuramente anche mio padre mi ha dato tantissima forza perché mi è stato accanto con grandissimi sacrifici ed io ho avuto la forza di andare avanti e combattere.

  • Cosa si sente di consigliare alle donne che subiscono violenza dal proprio uomo?

Soprattutto alle giovani, al primo cenno di violenza, che può essere sia verbale che fisica, consiglio subito di allontanarsi da questi ragazzi: non devono pensare che sono il loro principe azzurro perché l’amore non è violenza, l’amore è volersi bene. Alle donne che purtroppo come me hanno subìto o stanno subendo violenza, consiglio di denunciare anche se hanno paura. Io le capisco: la donna che va a denunciare si sente come un morto che cammina perché con grande rammarico devo dire che le Istituzioni non ti proteggono per com’è giusto che ti dovrebbero proteggere quindi dico a queste donne di andare a denunciare ma allo stesso tempo lancio anche un appello allo Stato e cioè di non abbandonarci, né prima, né durante, né dopo.

  • Vale sempre la pena di denunciare?

Sempre. Bisogna sempre ribellarsi a questi esseri perché nessuno ci deve togliere la vita, ci mancherebbe. Noi donne dobbiamo avere questo coraggio ma nello stesso tempo coloro a cui ci rivolgiamo ci devono aiutare e lo Stato ci deve supportare. Ringrazio sempre che ho una famiglia che mi è stata vicino, anche a livello economico, ma tante persone non ce l’hanno e come fanno? Ci vogliono delle leggi che tutelino le donne anche da questo punto di vista nel momento in cui succedono cose di questo genere, se no i figli chi li guarda? Chi li cresce intanto che tu non stai bene?

  • Un uomo che dà i primi segnali di violenza può cambiare?

No, non cambia, quello è e quello resterà finché muore. Noi donne speriamo, perché purtroppo spesso una donna che subisce violenza è anche una donna innamorata e quindi pensa di poterlo aiutare a cambiare ma non è così assolutamente. Io ci ho creduto fino alla fine ed ecco quello che mi ha combinato.

  • Quali sono i suoi prossimi progetti?

I miei progetti sono quelli di tornare a stare bene, finalmente, di poter lavorare per mantenere i miei figli, la mia famiglia e riprendermi la mia vita in mano per come l’ho lasciata.

– Giusy D’Elia –


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