Una serata coinvolgente che ha toccato le corde intime degli spettatori. “Il fiore che ti mando l’ho baciato” interpretato da Anna Rita Vitolo con la regia di Antonio Grimaldi ha emozionato il pubblico del Villaggio Arcaico Skenai. Lo spettacolo si è tenuto nel Teatro di Dioniso, un odeon dalla forma classica caratterizzato da un palcoscenico a tre livelli che sfociano nel semicerchio creando vicinanza tra attori e astanti. Quando l’attore è al centro, la platea lo abbraccia e lo spettacolo evolve.

  • Anna Rita, hai sfruttato solo per poche scene le tavole del palcoscenico mentre l’intero spettacolo si è svolto nella parte prospiciente il pubblico, come mai questa scelta?

“Lo spettacolo è concentrato sulla parola, sulle lettere. Non avendo scenografia ma solo oggetti di scena volevamo che il pubblico entrasse proprio nella scrittura antica di quelle epistole, in questi oggetti che parlano di ricordi. La natura dello spettacolo è molto intima. Risale ad oltre 100 anni fa, ma è una storia attuale, comune: un amore travagliato, vissuto con una certa passione, vicino alla modernità; parliamo di un uomo ed una donna che concepiscono un bambino fuori dal matrimonio a quei tempi! Si tratta di due professionisti degli anni 10 del ‘900, di una donna che imparerà a guidare e porterà avanti la sua vita senza un uomo”.

  • Stamura dunque è una donna coraggiosa, emancipata rispetto al suo periodo storico: prende la patente, concepisce un figlio da nubile. Ripudiata da casa va a vivere nella casa genitoriale di Francesco pur essendo al fronte. Tu da attrice hai interpretato spesso il ruolo di donna forte, come Immacolata de L’Amica geniale. Come vivi da donna interpretare questi ruoli?

“Il mio approccio lavorativo inizia dal corpo per creare una intimità con quello che si andrà a fare in scena. Mi sono avvicinata a questo spettacolo con tutta la delicatezza e il gusto nel trattare la storia di due persone che non ci sono più. Penso che un attore debba rispettare il personaggio ma credo che l’emozione in scena non possa avvenire se non c’è un incontro tra la persona e il personaggio. Ne sono convinta, quindi in ogni personaggio che interpreto ci sono delle cose mie che cerco di trasfigurare, in trascendenza. C’è un baricentro emotivo che va toccato per tirare fuori delle cose e renderle universali. Stamura lancia un messaggio fortissimo, da donna libera. La sua figura cambia, segue un’evoluzione verso la modernità che insieme al regista abbiamo reso col gesto, ad esempio togliendo l’impalcatura ottocentesca dell’abito in scena. Poi Stamura scioglie i capelli, toglie le scarpe per stare col bambino…si libera. È una donna moderna ma conserva un gusto e una dignità antica. Pensando al panorama femminile odierno mi auguro che noi donne ritorneremo sempre più ad avere un certo gusto, dal sapore antico.

  • Stiamo vivendo un periodo storico caratterizzato da tensioni internazionali. In Afghanistan si teme per la libertà delle donne, già molto precaria fino a questo punto. Quale messaggio può dare il teatro circa la condizione della donna?

“Il teatro è un mezzo fortissimo. Le donne scrivono, dipingono, si esprimono in tanti modo, ma credo che l’attore si metta davvero in contatto con se stesso. Se l’interesse è vivere e restituire delle emozioni, il teatro è la via da percorrere. A me ha aiutato tanto il teatro. L’incontro con il regista Antonio Grimaldi è stato fondamentale, infatti è un luogo in cui torno sempre pur essendo impegnata su altri palcoscenici nazionali e al cinema. Il suo metodo di laboratorio per me è linfa. Il teatro rende liberi. Aiuta a vivere il proprio corpo semplicemente come una parte di sé, come un dente, una mano. La mia scoperta del corpo, il fatto di non vergognarmi, di mostrarmi nuda per esigenze sceniche mi ha completamente aperta a me stessa, alla vita e soprattutto all’incontro con le persone. Il messaggio importante che il teatro può dare alle donne è proprio la consapevolezza che il corpo non è altro che una parte di sé fondamentale perché ci dice quando stiamo bene o male, quando aver paura o no, quando mangiare o meno. Il corpo è la base di ogni sensazione e il teatro lo nobilita”.

 

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