Il 24 aprile è la Giornata nazionale per la donazione degli organi. Durante questa giornata, infatti, vengono messe in piedi iniziative volte a favorire l’informazione e la promozione della donazione di organi finalizzata al trapianto. Quest’anno in occasione della 25^ edizione della giornata dedicata all’argomento abbiamo chiesto a Francesco Cardella di Teggiano, che ci ha gentilmente dedicato il suo tempo per un’intervista, di raccontarci la sua storia e di quanto sia stato significativo per lui ricevere un trapianto.

  • Francesco, che tipo di trapianto hai ricevuto e perché?

Ho ricevuto un trapianto del rene. Durante la gravidanza mia madre ha scoperto che avevo una rara malformazione ai reni. Mia mamma mi ha messo al mondo a Napoli, al “Loreto Mare”, perché lì veniva seguita per la mia condizione; sono nato prematuro e mi avevano dato solo 6 ore di vita. Hanno deciso di operarmi immediatamente perché alla nascita uno dei miei reni non funzionava e l’altro era in gravi condizioni. Da allora, negli anni, ho subito diversi interventi, sono stato in dialisi fino ad arrivare al trapianto.

  • Quanti anni avevi quanto hai ricevuto il tuo nuovo rene e come hai reagito alla notizia?

Avevo 18 anni quando ho ricevuto la chiamata dall’ospedale di Napoli. Fatico a descriverti la sensazione che ho provato, ero davvero sotto shock. Venivo da due anni e mezzo di dialisi, mi recavo a Polla tre volte a settimana per quattro ore, ho iniziato a 15 anni e vivere metà della propria giornata da adolescente in ospedale non è affatto facile. Devo dire che per fortuna nel reparto sono stati sempre tutti molto cortesi nei mei confronti, erano ormai una seconda famiglia. Certo è che non è semplice affrontare una situazione del genere, dal mio canto ho avuto sempre un carattere forte e una famiglia amorevole, ma entrare in reparto, familiarizzare e, a volte, vedere che alcuni non tornano più ha un suo impatto psicologico. Ma tornando al trapianto, ricordo che una sera ero a Sala Consilina con un mio amico e ho ricevuto una telefonata da un numero strano, quel prefisso “081” era così particolare, ho deciso di rispondere e dall’altro capo del telefono una voce che mi dice “Francesco Cardella? La chiamiamo da Napoli, c’è un rene disponibile per il trapianto”. Giuro, ero sconvolto, ho chiesto di essere richiamato perché non credevo a quello che stavo sentendo. Alla seconda chiamata ho realizzato cosa stesse succedendo. Ho chiamato subito mio padre e sono tornato a casa, ho preso la “valigia per le emergenze” che avevo già pronta e siamo corsi in ospedale. E sai la cosa buffa? Era agosto, ma avevo così tanta fretta che avevo dimenticato che nella valigia ci fossero i pigiami invernali! Una volta arrivati lì ho dovuto fare una serie di analisi per poter confermare la compatibilità dell’organo. Fortunatamente è andato tutto a buon fine e devo dire che in quel periodo buio sono riuscito a trovare sempre uno spiraglio di luce. Ero insieme ad altri ragazzi più o meno miei coetanei e nonostante avessimo subìto un trapianto scherzavamo, andavamo al bar di fronte all’ospedale con le sacche in mano, insomma abbiamo saputo sdrammatizzare. E’ stato sicuramente un evento molto significativo.

  • In che modo ti ha cambiato la vita un intervento del genere?

Direi che ha influito tanto sul mio stile di vita. Molte cose rientravano e rientrano tutt’ora nella normalità, ad esempio il disinfettante per le mani e la mascherina facevano parte della mia vita già prima del Covid. A tante cose ti abitui, ad esempio io adoro l’anguria e nel periodo in cui facevo la dialisi non potevo mangiarla assolutamente perché accumulavo liquidi, allora trovavo degli escamotage, magari la mangiavo all’inizio della terapia così drenavo via tutti i liquidi. Un trapianto ti cambia inevitabilmente la vita e come tutto ha i suoi pro e i suoi contro. Ovviamente tra i pro c’è il fatto che mi ha ridato una nuova vita, una certa serenità, tra i contro invece rientrano tutte le 30 compresse che prendo nell’arco di una giornata, tutte le limitazioni e gli effetti collaterali. Non nego che ne ho risentito tanto psicologicamente nonostante il mio carattere. Ho tenuto spesso dentro il dolore per non gravare sugli altri, ma ci sono stati momenti in cui sono crollato, dopo i mesi fermo a letto ad esempio, perché non riuscivo più a camminare senza stancarmi, una rampa di scale significava fare uno sforzo enorme o come quando non riuscivo neanche ad alzarmi in ospedale e dovevano aiutarmi in due. La mia fidanzata Beatrice mi ha aiutato tanto in questo mio percorso, non le sarò mai grato abbastanza, è stata fonte di vita per la mia psiche.

  • Hai paura che quello che hai vissuto possa ricapitarti?

Decisamente. Vivo la mia vita nel modo più spensierato possibile, almeno per quello che posso, ma non abbasso la guardia. Un trapianto non è per sempre, sfatiamo questo mito. Un organo invecchia, questo non significa che non possa durare, c’è gente che ha avuto un solo trapianto ed è stata bene tutta la vita. Io posso dirti che per la mia esperienza non sempre va tutto come ci si aspetta. La funzionalità del mio rene appena ricevuto era del 90%, adesso ha una funzionalità del 20/30%. Nel 2017 ho avuto una grave infezione, il mio rene era in setticemia, sono stato ricoverato a lungo. Ecco, posso dire che nel 2017 sono ritornato con i piedi per terra e ho iniziato a capire che i momenti sono effimeri e che non tutto dura per sempre. Mio padre, col carattere da carabiniere quale è, è stato sempre forte e mi ha aiutato a superare questi momenti con freddezza e con la lucidità che in momenti del genere perdi inevitabilmente. Diciamo che possiamo vivere solo di speranza, di certo non sappiamo nulla, c’è un piccolo lato nascosto che ha paura di quello che potrebbe succedere, ma non gli lascio prendere il sopravvento.

  • In occasione di questa giornata quale messaggio vorresti lanciare?

Donate! Un consenso può salvare la vita di altre persone. I miei genitori avrebbero voluto donarmi il loro rene, ma non ho mai voluto lo facessero perché non volevo che vivessero tutto quello che ho vissuto io, per cui capisco che sia una scelta difficile. Ma dare un consenso alla donazione in caso di morte è davvero fondamentale, una volta morti cosa ce ne facciamo dei nostri organi? Io stesso ho dato il mio consenso “per il salvabile” nel caso in cui dovesse succedermi qualcosa. Io non ho mai conosciuto il mio donatore né i suoi familiari. So che era giovane e che la causa del suo decesso era un incidente. Avrei tanto voluto sapere chi fosse per poter ringraziare i suoi familiari per avermi ridato la vita, preciso che non è possibile farlo perché una legge lo vieta ed è giusto così. Quel ragazzo però mi ha salvato e non potrei mai essergli più grato per il gesto di aver acconsentito alla donazione, è stato il mio angelo custode e non nego che in alcuni momenti, sembrerà banale, ma ne ho avvertito la presenza. Si parla troppo poco di sanità e troppo di futilità: smettiamo di parlare di calcio o di programmi spazzatura, parliamo di più di sanità e salviamo la vita alle persone! Spero che la mia storia possa essere fonte di ispirazione per quanti hanno vissuto questa situazione, “per fortuna” io sono nato e sono cresciuto con la consapevolezza di ciò che mi stava accadendo, ma chi riceve una notizia del genere da un giorno all’altro riceve una doccia gelata. Una volta una mamma mi chiese per la figlia di soli 8 anni consigli su come affrontare la dialisi, cosa potevo mai dire? Perciò il mio invito è di pensare a quanto bene potremmo fare con un “sì”.

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