Nel Seicento i cittadini dei piccoli centri del Mezzogiorno erano suddivisi, per tradizione, in due categorie: quella dei Nobili (benestanti e professionisti) e quella del Popolo (tutti gli altri cittadini). E tale ripartizione era tacitamente rispettata, non solo nella formazione del Consiglio comunale o Università (nel senso di universitas civium, cioè l’insieme dei cittadini), ma altresì nella distribuzione di tutte le cariche amministrative. L’Amministrazione comunale durava soltanto un anno e funzionava dal 1° settembre al 31 agosto dell’anno successivo, ed i suoi componenti erano designati e nominati dall’assemblea dei cittadini riuniti in pubblico Parlamento nella piazza del paese. Il Sindaco e gli Eletti (Consiglieri) non percepivano alcun compenso per il loro ufficio a servizio della comunità.

Fatta questa premessa, vediamo come è composto, e come funziona, il Consiglio comunale di Diano [Teggiano] svoltosi il 31 agosto 1654, e conservato in un grosso manoscritto dell’Archivio Carrano di Teggiano.

Alla presenza del magnifico Giovan Battista Carrano, dottore in legge e governatore dello Stato di Diano, si riuniscono nella piazza del paese, i cittadini, in pubblico Parlamento, con la consueta formula: “A gloria di Dio Onnipotente, della Beata Maria sempre Vergine, ed infedeltà al signor Duca di Diano”. Sono presenti il Sindaco Muzio Abruzzese e gli Eletti Giuseppe Caporale, Gennaro Silciati, Alessandro Vigilante e Marco Del Buglio nonché numerosi cittadini, tra i quali vi sono i magnifici Annibale D’Alitto dottore in legge, Michelangelo de Costanzo e Scipione Mazzacane, unitamente a Pietro Severino, Felice de Mingo e Matteo Di Candia.

Essendo terminato l’anno degli amministratori in carica si procede alla nomina dei nuovi amministratori, che sono i seguenti: Sindaco, il magnifico Diego Colletti; Eletti i magnifici Francesco Buonomo e Giovan Lorenzo D’Alitto, come Eletti dei Nobili; e Michele de Lucia e Diego Santoro come Eletti del Popolo. Si passa poi a nominare i rappresentanti di altre cariche amministrative, quali i Catapani (addetti al controllo delle vendite in piazza), i Portolani (addetti alla sorveglianza di strade e ponti), i giudici della Bagliva (tribunale) e il Mastro d’Atti (notaio).

Come si vede, dal punto di vista amministrativo, a Diano tutto funzionava perfettamente, anche se il paese stava attraversando un periodo fra i più difficili e drammatici della sua storia. Da poco si erano avute a Diano le ripercussioni della famosa rivolta antifeudale, detta di Masaniello (1647-48), che da Napoli si era estesa nel Regno passando anche per il Vallo di Diano. Il paese arroccato sulla collina aveva iniziato un nuovo percorso feudale sotto il dominio dei Calà, una famiglia di giuristi che si era nobilitata acquistando il feudo di Diano, che comportava, a chi lo possedeva, il titolo di Duca. Da notizie bibliografiche si apprende che nel 1654 (anno della seduta del suddetto Consiglio comunale) Diano “giace in cima ad una collina di pietra viva, ha mura antiche e il suo ingresso è per tre porte, la maggiore delle quali è detta dell’Annunciata”. Il paese ha circa 900 abitanti, tra i quali si contano diversi notai, avvocati e medici. Fa parte della Diocesi di Capaccio e in esso ci sono cinque chiese parrocchiali e cinque conventi.

Da questi dati che qui abbiamo riassunti emerge che il suddetto Consiglio comunale del Seicento dianese si svolgeva in un centro abitato piccolo, ma culturalmente vivace, in cui erano presenti i fermenti che caratterizzavano la vita sociale del Mezzogiorno in un periodo assai critico della storia meridionale.

Arturo Didier

FONTE: “I Parlamenti di Diano” (1652-1698), manoscritto, in Archivio Carrano di Teggiano.

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