Uno dei rimedi che si possono adottare per trascorrere questo periodo di isolamento in casa dovuto all’imperversare del Coronavirus, che genera angoscia e timore, è certamente quello di approfittare di questo tempo libero per dedicarsi alla piacevole lettura della storia locale, e segnatamente delle tradizioni popolari del nostro antico e suggestivo territorio, che è il Vallo di Diano. Il che significa anche far capo all’immenso patrimonio di letteratura dialettale di Teggiano, che comprende spesso opere di notevole spessore creativo, come si nota in questa poesia ottocentesca che qui riportiamo testualmente:

Tu, zoria mia, hai fattu rota rota,

puru nu pratarulu t’hai pigliatu.

Jé nu belle giovinu, jè pilitu;

unu rufettu teni: ìa ri lu Pratu.

Veni lu mesu ri Santu Martinu:

“Jamu, miglieru mia, jamu a l’aratru!”.

E sti mmanuzzi toi tantu gintili,

Comu ti d’adda coci’ la ilata!

Riassumendo, in questa poesia vediamo che una ragazza (zoria) di buona famiglia, cittadina, ha girato dappertutto per trovare un marito, ma alla fine ha dovuto accontentarsi di un contadino, che è un bel giovane, grazioso (pilitu), ma ha un  difetto: è un contadino che abita in campagna, nella contrada di Prato. Il che comporta un inconveniente: nel mese di San Martino, precisamente a metà novembre, arriva il tempo della semina e ogni buona moglie di contadino aiuta il marito ad arare la terra, e così dovrà fare anche la suddetta cittadina che ha sposato il contadino. Senonché comincia a far freddo. E allora è un vero peccato che le belle mani di una cittadina siano arrossate dal gelo (la ilata).

Questo è il contenuto di tale poesia dell’Ottocento teggianese, componimento che, come si vede, è un’opera letteraria scritta in dialetto. Sulla validità del dialetto come lingua letteraria ebbe a pronunciarsi Benedetto Croce nel 1903 in un articolo sulla sua rivista “La Critica”, allorché diede un giudizio selle poesie dialettali di Salvatore di Giacomo. “Non è importante –  egli scrisse – che il poeta usi la lingua o il dialetto. L’importante è che il suo componimento sia poesia, e  basta”. E qui va ricordato che nel Seicento napoletano c’erano stati due grandi poeti dialettali, quali Giambattista Basile (“Lu cunto de li cunte”)  e Giulio Cesare Cortese (“La Vajasseide”).

Inoltre va osservato che la suddetta poesia che abbiamo riportato non è affatto episodica, casuale, bensì fa parte di uno sterminato repertorio dialettale teggianese che, per la sua consistenza e la sua validità espressiva, assurge alla dignità di vera e propria letteratura dialettale.

In conclusione, la lettura di questa bellissima poesia teggianese costituisce forse un potente antidoto contro il pensiero angosciante per l’incombente Coronavirus che minaccia, a livello planetario, il tempo che stiamo attraversando. Speriamo bene.

– Arturo Didier –

 FONTE: A. DIDIER, “La Letteratura dialettale di Teggiano”, Laveglia Carlone Editore, Salerno 2008.  

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