Un bilancio comunale di Diano, datato 13 settembre 1800 e da me pubblicato nel 1997 nel libro “Diano, città antica e nobile”, consente di conoscere le condizioni economiche del nostro paese all’inizio dell’Ottocento.

Tale bilancio fu approntato in quell’anno dal Comune o Università (nel senso di universitas civium cioè l’insieme dei cittadini) per ordine di un funzionario della Regia Camera, venuto poi di persona a ritirare l’apposito documento.

Ne riassumiamo il contenuto, la cui importanza storica è fondamentale per sapere come funzionavano in quel tempo i Comuni dei piccoli centri del Mezzogiorno.

Anzitutto si apprende che il Comune di Diano non ha rendite essendo insignificanti quelle provenienti dal Monte dei Poveri, dalle “difese” di Mesola e Spiga e dalla Mastrodattia (ufficio comunale che rilascia gli atti pubblici).

Si apprende anche che il Comune deve far fronte ai suoi non pochi pesi fiscali: tassa imposta dalla Regia Corte, contributo dovuto al possessore del feudo di Diano, pagamento degli interessi per debiti contratti con i privati. Il tutto ammonta all’ingente somma di 1971 ducati, pari al 75% delle spese dell’università mentre il rimanente 25% risulta dedicato alle spese comunitarie (stipendi ai dipendenti comunali e via di seguito) e ammonta a 657 ducati.  Complessivamente le uscite del Comune di Diano ammontano quindi a 2628 ducati.

Come si recupera questa somma? Con quattro diverse imposizioni fiscali e cioè tassa sui beni fondiari, tassa sul possesso degli animali, tassa sull’attività lavorativa e tassa sul cosiddetto “testatico”, il nucleo familiare. Il fatto è che, essendo i possidenti e i professionisti esenti dal pagamento delle ultime due tasse, ne consegue che tali contribuzioni gravavano maggiormente sui cittadini meno abbienti!

In tale anno, 1800, Diano (insediata sul colle e a valle) aveva circa 5000 abitanti dediti prevalentemente alla pastorizia. L’agricoltura, come sempre, languiva a causa del disordine idrogeologico della piana. Purtroppo il paese, come accadeva del resto in tutto il Mezzogiorno, viveva uno dei periodi più nefasti della sua storia essendo ancora in corso quella rivoluzione del 1799 che aveva causato una grande devastazione economica. A Diano regnava il caos.

Il governatore feudale, don Ermenegildo Prota di Catanzaro che risiedeva nel Castello, era fuggito via con la sua famiglia. In paese c’era lo scontro politico tra due fazioni: quella dei realisti, fedeli ai Borboni, formata dai Carrano, dai Colletti e dai D’Alitto e quella dei giacobini rappresentata dai Corrado, dai Silvestri e dai Trezza. Il Sindaco e gli Eletti aspettavano impotenti lo svolgersi degli eventi. I giacobini erigevano in piazza il cosiddetto “albero della libertà” che nottetempo veniva abbattuto dai realisti. Con il sopraggiungere in paese, in fasi alterne, i manifestanti dell’una o dell’altra parte politica provenienti dagli altri centri del Vallo, Diano veniva occupata momentaneamente. Ma era comune ai due schieramenti un espediente: coinvolgere dalla propria parte il santo concittadino, San Cono, la cui statua veniva portata in processione tra le vie del centro abitato.

Ma a questo punto si verifica una svolta: piomba in paese don Francesco Maria Carrano, dianese, magistrato regio, appartenente ad una delle famiglie storiche della città e molto noto negli ambienti della corte borbonica, il quale prende in pugno la situazione, convoca nel suo Palazzo gli esponenti più autorevoli della città e li convince a riportare il paese alla normalità.

Ancora oggi il Palazzo Carrano si staglia maestoso sullo sfondo del panorama cittadino.

– Arturo Didier –

FONTE: A. Didier, “Diano, città antica e nobile”, passim.

 

 

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