emigranti vallo di diano americaCome sappiamo, ci sono due modi di considerare l’emigrazione: da una parte c’è il concetto romantico di piaga sociale, abbandono della propria terra e dei propri affetti; dall’altra, l’idea moderna della necessità di spostarsi, di trovare lavoro altrove, dovunque, al fine di realizzare se stessi e una vita migliore. Il Vallo di Diano è stato sempre zona di emigrazione, dapprima locale e stagionale, poi quella verso i paesi extraeuropei. Quest’ultima cominciò subito dopo l’unità nazionale e continuò per oltre un secolo, salvo tre interruzioni: durante le due guerre mondiali e durante il fascismo. L’emigrazione del secondo Ottocento suscitò grande emozione nei cittadini del Vallo di Diano, tanto che da questo fenomeno scaturì, tra l’altro, una cospicua produzione di canti dialettali che poi furono raccolti e pubblicati da eminenti studiosi. Questi canti esprimevano lo stato d’animo di chi era costretto a lasciare la propria terra per recarsi in paesi lontani. Un canto popolare esprimeva il dolore della partenza:

E chiangu picché craj aggia partini,

vogliu la Santa Binirizionu;

nun nci vengu  cchiù sera, né matina,

nun vi ni ràu cchiù suggizionu.

Si v’aggiu ratu quarchi dispiaceru,mu m’inginocchiu e vi cercu pirdonu.

Squagliani l’ossa mei cchiù ri la cera,

pinzanni ca mi partu mu ra vui

Ma c’era anche chi, partendo, lasciava alla propria innamorata un segno che la tenesse in contatto ideale con lui:

Amami, amoru miu, sta sumana,

nun sai si m’ami quera chi veni…

Vàu a nu paisu tantu luntanu,

nun sai si la mia vita si ni veni.

Ti rumanu  na stella ppi signalu:

si la stella scura, i’ passu pena;

ma si la stella luci all’arba chiara,

bella, penza ppi te, ca i’ stàu buonu!

Sono voci toccanti di un tempo lontano, tempo di emigrazione

– Arturo Didier –


 FONTE: A. DIDIER, “La letteratura dialettale di Teggiano”, Salerno 2008, pp. 89-91.


 

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