Com’è noto, i beni ecclesiastici hanno costituito nel Vallo di Diano, e nel Mezzogiorno in genere, una delle componenti essenziali dello sviluppo economico della società. Essi si sono formati sostanzialmente attraverso la costante pioggia di donazioni fatte alla Chiesa durante i secoli dai fedeli, in varie forme.

A Diano [Teggiano] nel 1213 un gruppo di cittadini di varia estrazione sociale acquista un castagneto in località Bucana e lo dona alla chiesa madre di Santa Maria Maggiore, precisando, nel rogito notarile, che la donazione è fatta “pro remissione animarum nostrarum”.

Ben altra consistenza avevano i lasciti fatti dalle famiglie nobili del Vallo, che comprendevano ingenti donazioni di terre, vigneti, case, animali (nel 1526, sempre a Diano, il medico Giovanni Carrano dona alla chiesa di San Martino 700 pecore e 100 capre). Alle costanti donazioni dei fedeli si deve anche la formazione di gran parte del patrimonio artistico di chiese e conventi del nostro territorio. Ma anche i baroni dei feudi locali facevano la loro parte, a cominciare dai Sanseverino, prima conti di Marsico e poi principi di Salerno, i quali erano feudatari della gran parte delle città del Cilento e del Vallo di Diano. Nel 1306 il conte Tomaso fonda la Certosa di San Lorenzo a Padula. In quasi tutte le chiese di Teggiano campeggia lo stemma sanseverinesco, ad indicare i finanziatori di portali, navate, arcate centrali e cappelle. Ma alla interminabile schiera dei privati va aggiunta anche quella, non meno importante, degli stessi enti ecclesiastici. Si pensi al grandioso completamento, nel Sei-Settecento, della stessa Certosa di Padula, emula, è stato scritto, della reggia di Versailles.

Va detto che, per l’esistenza di tali beni, ruotava intorno alle chiese e ai conventi una buona parte dei cittadini che, possedendo varie competenze nei lavori manuali e nelle professioni, beneficiavano di quelle rendite. Ed è, per fare un esempio, quello che accadeva nella gestione economica del convento delle Benedettine di Diano, che registrava un bilancio annuale di ben 1500 ducati, in cui erano comprese spese rilevanti per la manutenzione del loro edificio di residenza, per la cura delle loro terre e dei loro vigneti, e per una serie di stipendi fissi a persone che assicuravano il buon andamento organizzativo della vita conventuale. Ovviamente la stessa cosa si verificava intorno alla miriade di cappelle, chiese e conventi del Vallo di Diano.

Questa disponibilità economica degli enti ecclesiastici verso i cittadini durò fino a tutto il Settecento. Poi la soppressione di tali enti decretata dai governi napoleonici di Giuseppe Bonaparte e di Gioacchino Murat nel primo decennio dell’Ottocento sancì la fine di tale situazione.

Che cosa resta oggi dell’antica conduzione dei beni della Chiesa? Molto dal punto di vista culturale: il Vallo, per le suddette ragioni, ha un patrimonio artistico di valore inestimabile.

– Arturo Didier –


FONTE: “Storia del Vallo di Diano”, vol. IV (“La cultura artistica”), Salerno 2004, pp. 366.


 

 

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