Didier fotoLa cultura ai giorni nostri, le peculiarità storico-artistiche del Vallo di Diano e di Teggiano, la Chiesa, le famiglie nobili e lo studio della storia locale. Sono alcuni dei temi affrontati nell’intervista al prof. Arturo Didier, studioso e storico d’origine napoletana ma residente a Teggiano da diversi anni.

  • Cos’è la cultura oggi?

“Un tempo era erudizione e conoscenza, oggi è preparazione e predisposizione a conoscere ed a capire i problemi. Essere persona colta, vuol dire mettersi al servizio della società”

  • Qual è l’elemento che più caratterizza il Vallo di Diano a livello artistico-culturale?

“Per quel che riguarda il singolo monumento, sicuramente la Certosa di Padula che è stata inserita nel Polo museale di Napoli. Come insediamento antico, invece, Teggiano è il centro più importante del Vallo a livello storico-artistico e paesaggistico. Dal punto  di vista religioso, poi, è la residenza del Vescovo, in un territorio vastissimo come quello che caratterizza la Diocesi. E’, quindi, anche il centro spirituale di un vasto territorio”

  • Nello specifico cos’ha di speciale Teggiano?

“Un po’ tutto, direi. In provincia di Salerno è il centro minore più importante, per quel che riguarda la zona interna. Ha conservato la conformazione storica e geografica e tutti i documenti. E’ un grande scrigno culturale. Il paese è un libro aperto, dal punto di vista dei beni culturali ed ambientali. Basta passeggiare per le vie della città per venire a contatto con un patrimonio artistico che va dall’età greco-romana all’800″

  • Tornando al Vallo, i monumenti e le opere che abbiamo sotto gli occhi li dobbiamo più alla Chiesa o alle famiglie nobili?

“Non si può stabilire, perché gli esponenti della Chiesa provenivano da famiglie nobili del Vallo. Il clero e la borghesia erano la stessa cosa. Nel ‘700 su 31 preti di Teggiano, uno solo era di estrazione contadina, gli altri erano borghesi. Da circa 50 anni a questa parte è, invece, cambiato tutto”

  • Che influenze ha subito il territorio nei secoli?

“Ci sono stati due flussi culturali, linguistici ed economici. Il primo andava verso Napoli, visto che, nei secoli, le classi dirigenti andavano all’Università di Napoli per laurearsi. Il secondo flusso, invece, era legato alla Lucania e vedeva coinvolti i contadini. C’era, infatti, un’emigrazione stagionale relativa alla mietitura nel Tavoliere delle Puglie. I contadini lasciavano il Vallo per dirigersi in terra pugliese e così, per la strada, attraversando la Lucania, ne assimilavano il dialetto. Per cui la cultura andava verso Napoli, le tradizioni ed il dialetto verso il sud”

  • Quanto si sente coinvolto e considerato come storico in questa realtà territoriale?

“I giovani, in particolar modo, bussano spesso alla mia porta per aver notizie sulla storia e sul patrimonio artistico del territorio. Sono coinvolto pienamente, tant’è che il Comune di Teggiano, da circa 30 anni, finanzia la pubblicazione dei miei libri. Non partecipo alla vita politica perché lo studioso deve essere a disposizione della comunità, deve aprire le porte della cultura. Cultura che a volte non viene debitamente considerata, visto che nei programmi scolastici non è compreso lo studio della storia del territorio, la storia locale. Dopo l’Unità d’Italia fu messa da parte. Credo che rappresenterebbe uno strumento importante per conoscere lo sviluppo economico-sociale del territorio”.

– Cono D’Elia –


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