Il 1° dicembre di ogni anno viene celebrata la Giornata Mondiale per la lotta contro l’Aids.

Istituita per la prima volta nel 1988, questa Giornata ha lo scopo di non far abbassare la guardia e ricordare quanto sia importante la prevenzione al fine di fermare il contagio. Ma oggi quanto è diffuso il virus dell’HIV? Si può morire ancora di Aids? Cosa significa essere sieropositivi?

Abbiamo rivolto queste e altre domande al Prof. Ivan Gentile, Professore Ordinario di Malattie Infettive, Direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie Infettive e Tropicali all’Università degli Studi di Napoli Federico II e Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Malattie Infettive presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II.

 

  • Professore, può spiegarci la differenza tra Aids e HIV?

HIV è il virus dell’immunodeficienza umana, cioè un virus che subdolamente e gradualmente porta ad una perdita delle difese immunitarie nel giro di diversi anni. L’infezione da HIV si riferisce pertanto a tutte le fasi, da quella precoce (spesso asintomatica) a quella tardiva. Avere l’AIDS, invece, significa essere nella fase tardiva (in media dopo una decina d’anni dall’inizio dell’infezione) e più avanzata di malattia, cioè con una compromissione del sistema immunitario, indotta dal virus HIV, tale da rendere possibile l’insorgenza di malattie opportunistiche (cioè che si instaurano in un organismo debolissimo dal punto di vista delle difese immunitarie) come alcune infezioni da funghi, da batteri o da virus ed alcuni tumori (come il sarcoma di Kaposi o alcuni tipi di linfomi).

  • Cosa vuol dire essere sieropositivi?

Tecnicamente vuol dire avere gli anticorpi contro HIV. Tali anticorpi, tuttavia, non hanno il significato di protezione. Anzi essi indicano l’avvenuto contatto con il virus che quasi sempre comporta la presenza di una infezione in atto. Essere sieropositivi per HIV, quindi, significa nella quasi totalità dei casi avere l’infezione da HIV.

  • Come si trasmette l’HIV?

HIV si trasmette principalmente per via sessuale. E’ possibile anche la trasmissione parenterale (cioè attraverso materiale ematico che penetra nel torrente circolatorio), come lo scambio di siringhe tra i tossicodipendenti, o la via verticale (cioè da madre sieropositiva al prodotto del concepimento). Negli anni ’80 era prevalente la trasmissione tra i soggetti che utilizzavano droghe per via endovenosa ed anche le trasfusioni di sangue e l’utilizzo di altri emoderivati costituivano un rischio. Oggi tali prodotti sono sicuri. La via di trasmissione che prevale oggi di gran lunga è quella sessuale.

  • Dopo 40 anni dai primi casi che progressi sono stai fatti in campo medico? Esista una cura?

Sono stati fatti enormi progressi. Pensi che se oggi si presenta alla mia osservazione un soggetto con infezione da HIV non avanzata, utilizzando i farmaci a disposizione (spesso una compressa al giorno) riusciamo a rendere il virus non riscontrabile nel sangue e a controllare la malattia; in questi soggetti la sopravvivenza è simile ai pari età senza infezione da HIV. Vuol dire che queste persone hanno una qualità e aspettativa di vita eccellenti e simili a chi non ha l’infezione! Al contrario, quando arrivano soggetti tardivamente alla diagnosi, la compromissione del sistema immune è tanto elevata che abbiamo difficoltà a curarli e a garantire loro una buona qualità di vita.

Un altro progresso enorme della terapia di HIV è stata la conferma della cosiddetta equazione U=U (undetectrable=untrasmittable). Vuol dire un soggetto con infezione da HIV che fa terapia con i moderni farmaci anti-virali e che ha una viremia non riscontrabile nel sangue non può trasmettere l’infezione al partner sano. Prima si diceva che questo rischio era basso. Ora sappiamo che non c’è alcun rischio, ciò consente ai pazienti con infezione da HIV di avere una vita sessuale piena!      

  • Si può morire ancora oggi di Aids?

Assolutamente sì! Il problema si pone quando ci arrivano pazienti troppo avanzati con AIDS e malattie opportunistiche gravi. Ricordo il caso di un ragazzo di circa 25 anni giunto a noi qualche anno fa con AIDS e con un linfoma cerebrale (che è una patologia associata all’AIDS). Il ragazzo, nonostante i nostri sforzi, morì ed io mi sono sempre chiesto cosa sarebbe successo se questo ragazzo avesse fatto il test pochi anni prima. Probabilmente sarebbe ancora vivo ed in buona salute! Diagnosticare un paziente precocemente vuol dire salvare la vita al soggetto ed impedire che possa trasmettere l’infezione ai suoi cari.

  • Ritiene che l’attenzione nei confronti di questo virus, soprattutto in questo periodo, si sia abbassata? In che modo si può fare prevenzione?

Assolutamente sì, l’attenzione si è molto abbassata. Nell’opinione pubblica sembra che l’AIDS non esista più. Ogni anno ci sono alcune migliaia di nuovi pazienti che contraggono l’infezione e che si aggiungono ai pazienti già con infezione. E’ importante sottolineare che sono tutte infezioni potenzialmente prevenibili e dipendono da una leggerezza nei comportamenti personali, come avere rapporti sessuali non protetti.

  • Cosa si sente di consigliare alle persone che hanno ricevuto una diagnosi di infezione da HIV? E alle persone in generale?

Alle persone che hanno ricevuto diagnosi di infezione da HIV consiglio di afferire ai centri di cura AIDS presenti in tutta Italia, di seguire le indicazioni degli infettivologi e di assumere la terapia consigliata senza saltare dosi. La aderenza alla terapia è il miglior modo di garantire l’efficacia costante dei farmaci ed il controllo della malattia, con i conseguenti benefici per il singolo e la collettività.

Alle persone in generale consiglio di stare attenti nei rapporti sessuali occasionali utilizzando il preservativo per prevenire l’infezione e di effettuare un test per HIV a cadenza annuale. Il test è molto semplice. Consiste in un prelievo di sangue e consente di salvare la vita propria e quella delle persone a noi care. Esistono anche dei test salivari molto attendibili che possono essere praticati in campagne di screening. Ne abbiamo organizzata una in occasione del progetto DONNE con la Prof. Annamaria Colao, Cattedra UNESCO di Educazione alla Salute e Sviluppo Sostenibile dell’Università Federico II di Napoli , in cui abbiamo offerto gratuitamente il test ai visitatori. Abbiamo avuto un buon successo in termini numerici e ottima soddisfazione dell’utenza.

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