Accesso al protocollo informatico negato a Vietri di Potenza. Il Tar dà ragione al consigliere Grande



































Aveva chiesto l’autorizzazione a Vietri di Potenza per il ricevere le credenziali da remoto per accedere al protocollo informatico e al sistema informatico contabile del Comune, ricevendo come risposta un diniego da parte dell’Ente.

Il Tar della Basilicata, però, ha dato ragione al consigliere di minoranza Carmine Grande che ha proposto ricorso. La vicenda fa riferimento ad una richiesta del consigliere datata 17 dicembre 2018 mentre la risposta negativa del Comune è del 16 gennaio 2019.







Il Comune ha motivato il diniego al consigliere riferendo che l’applicativo riferito al protocollo non è ancora funzionante al 100%, ed è quindi vulnerabile ad eventuali azioni di hackeraggio. Il Comune si è costituito in giudizio, e con l’avvocato Gerardo Donnoli, ha provato a resistere sottolineando che “la richiesta modalità di accesso non sarebbe ammissibile in quanto renderebbe possibile un accesso generalizzato all’attività amministrativa, svincolato dall’esercizio del mandato elettorale”.

Inoltre, secondo il legale del Comune, l’amministrazione si sarebbe limitata a rinviare l’accesso ma non a negarlo. Dal canto suo, Grande ha sottolineato la illegittimità della nota di diniego mentre il Tar ha sottolineato come questi “presunti ostacoli di sicurezza informatica sono asseriti ma non provati”.

Il ricorso è stato discusso e trattenuto in decisione dopo la camera di consiglio del 3 luglio scorso. Per il Tar, il ricorso di Grande è fondato perché “deve ritenersi che il diritto di accesso dei consiglieri comunali va necessariamente correlato al progressivo e radicale processo di digitalizzazione dell’organizzazione e dell’attività amministrativa”.

Per il Tribunale, al ricorrente va riconosciuto “il diritto ad accedere da remoto al protocollo informatico del Comune con obbligo per l’Ente di approntare le necessarie modalità organizzative, sia pure con alcune necessarie limitazioni”.

Al Comune è toccata la condanna al pagamento delle spese, liquidate in 2mila euro. Non è escluso che l’Ente possa appellarsi alla sentenza ricorrendo al Consiglio di Stato.

– Claudio Buono –





































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