
Ma chi jì quìssu? L’attànu o lu ziànu? / Ma chi è costui? Il padre o lo zio?
Quante volte abbiamo sentito questa frase o qualche altra più o meno simile? Essa contiene due dei nomi parentali più utilizzati nel nostro dialetto, insieme a màmma: attànu per “padre”, di cui si è già ampiamente parlato, e ziànu per “zio”.
Come certo si noterà, questi due termini hanno in comune il suffisso -ànu, che è ovviamente declinabile sia per genere che per numero: ziàna per zia, ziàni per il plurale. Non esiste, evidentemente, di attànu forma al femminile ma quella al plurale si, anche se raramente utilizzata: attàni. Per inciso, certamente avrete notato che nel dialetto di vari paesi del Vallo di Diano solo per il genitore maschio vi sono due forme, l’una confidenziale, tàta, l’altra generica, attànu; màmma è, infatti, utilizzata in entrambe le accezioni.
Ritornando a ziànu e attànu, il suffisso rilevato appare chiaramente riconducibile al latino –anus; e sin qui nulla di strano giacché il nostro dialetto è a tutti gli effetti una lingua romanza, una lingua cioè derivata dal latino – innestatosi sui preesistenti substrati linguistici – così come lo è il fiorentino, la sorella più fortunata.
Senonché il predetto suffisso indicava, ed indica, appartenenza/provenienza. Ed infatti: Campānus sta per “Campano, della Campania”, Cĭcĕrōnĭānus per “seguace di Cicerone”, Pompēiānus per “di Pompei” o “seguace di Pompeo”, Rōmānus “Romano, di Roma” e così via. Un valore che permane tutt’ora in termini derivati sia in italiano sia in teggianese e che sono spesso forme sostantivate: capitànu/capitano, fundàna/fontana, paisànu/paesano, rumànu/romano.
Cosa c’entra questo suffisso con attànu e ziànu, atteso peraltro che non ha motivazioni di carattere etimologico neanche per quest’ultimo? Ziànu, e l’italiano “zio”, derivano infatti certamente dal greco antico theîos (θεῖος), termine che indicava il fratello del padre o della madre e che in origine significava anche “divino, spettante ad un dio”: di qui la indicazione di un parente, lo zio appunto, cui spettava il rispetto dovuto ad un dio. Il fratello maschio, in specie se il primo, ha avuto sempre un ruolo di rilievo nella famiglia, anche indipendentemente dal rango di essa.
Il transito di theîos (θεῖος) in area romanza potrebbe essere intervenuto attraverso il tardo latino thius o tius, che ha gradualmente sostituito i termini classici ăvuncŭlus/zio e amita/zia.
Come forse si ricorderà, avevamo già avuto modo di parlare di una iscrizione del II-IV sec. D.C. nella quale è riportato tatāni come dativo di tāta. Questo significa che il suo genitivo è necessariamente tatānis e che siamo in presenza di una forma di declinazione imparisillaba di terza del tipo bārba-barbānis sulla cui origine gli studiosi discutono da molto tempo.
Secondo la ipotesi più accreditata, l’origine del termine bārba, e quindi della tipologia di declinazione, potrebbe essere longobarda; il significato da quello originario di “uomo con la barba” si sarebbe successivamente evoluto a “uomo venerando” e quindi a “zio (paterno)”: in pratica, una evoluzione semantica assai simile a quella del greco theîos (θεῖος), di cui si è detto innanzi. In questo ultimo significato il termine si è diffuso in Italia ed è ancora ampiamente presente, come si evince dalle carte dell’Atlante Italo-Svizzero AIS (consultabile all’ indirizzo http://www.navigais.it/), nei dialetti dell’area settentrionale, soprattutto in Liguria, Piemonte e Nord-Est dove praticamente non ha alternative.
L’ipotesi della origine longobarda di bārba-ānis si basa essenzialmente su due evidenze. Anzitutto, il suo tipo morfologico è chiaramente germanico; in secondo luogo, i primi documenti in cui esso compare sono testi di leggi longobarde, nelle quali è continuamente glossato insieme con l’aggettivo latino pătrŭus.
Ad esempio, nell’Editto di Rotari, promulgato nella notte tra il 22 e il 23 novembre del 643 d.C. nel palazzo reale di Pavia dal re dei Longobardi Rotari, tra le varie ipotesi di reato troviamo la seguente fattispecie: si frater in mortem fratris sui, aut barbanis, quod est patruus, seu consubrini insidiatus aut consiliatur fuerit…/“Se un fratello ha tramato contro la vita di suo fratello, o del suo barbanus, vale a dire lo zio paterno, o del cugino, oppure ha consigliato un tale atto…” (Rot. 163).
Non pochi riferimenti si trovano poi nelle famose Pergamene di Conversano, sia del periodo greco-longobardo che del periodo normanno, nelle quali il termine si presenta con la forma del latino medievale barbanus, ma anche con le forme barba-barbae e barba-barbanis. Questo fatto potrebbe, tra l’altro, spiegare la presenza nel dialetto di Taranto del termine barbano/varvano per “zio”.
Questa forma quindi è, molto verosimilmente, di origine longobarda anche se, va detto per completezza di informazione, non sono state trovate connessioni nei dialetti germanici.
Come spesso succede nella evoluzione delle lingue e, quindi certamente in conseguenza di questi processi, il suffisso -anu ha finito per indicare, oltre che “provenienza/ appartenenza” anche “caratteristiche fisiche o comportamentali”.


