
Il dilemma che ti si presenta immediatamente davanti quando inizi un percorso nuovo, e su di un argomento molto complesso, è inevitabilmente: e ora da dove comincio? Certamente da qualcosa di antico, mi sono detto, in ossequio a quella che io considero la più bella definizione di dialetto:
Vecio parlar che tu à inte ’l tó saór (Vecchio parlare che hai nel tuo sapore)
un s’cip del lat de la Eva (uno schizzo del latte di Eva)
Sono i primi due versi della splendida Filò di Andrea Zanzotto, uno dei massimi poeti del novecento; versi che danno evidenza ai legami ancestrali che il dialetto sottende. In questo componimento – scritto nel vernacolo parlato nella valle del Soligo e a Pieve di Soligo – c’è un condensato del rapporto inscindibile tra la lingua e la cultura dei nostri papà.
E Tàta, papà nel nostro vernacolo, è di certo una delle parole più belle del vocabolario teggianese anche se, purtroppo, oramai quasi in disuso. Essa non evoca solo la cultura antica, né solo la oralità come mezzo di trasmissione di essa magari al tepore del camino nelle fredde serate d’inverno od all’ombra di un pergolato nelle calde giornate d’estate.
Tàta è una sorta di grimaldello che ci apre le porte alle origini più antiche del nostro lessico, dandoci conto del lungo viaggio compiuto dalla nostra lingua materna.
La prima evidenza di questo termine si trova in una iscrizione documentata dal Mommsen (CIL, X, 3646), nella quale è riportato tatani come dativo di tata: D(is) M(anibus) /Abiae /tatani. La iscrizione, con la classica formula di invocazione agli Dei Mani, risalirebbe al III/IV sec. d.C. secondo alcuni, per altri alla metà del II sec. d.C..
Non solo! Perché Terenzio Varrone, nel I sec. a.C., in uno dei libri dei suoi Logistorici, il Catus, De Liberis Educandis, è ancora più chiaro; scrive, infatti … cum cibum ac potionem buas ac poppas vocent (parvuli), et matrem mammam, patrem tatam: “quando chiedono cibo, da bere o la pappa, i piccoli chiamano la madre mamma e il padre tàta”. A conferma, peraltro, della natura confidenziale del termine.
Questo spiega la presenza di tàta anche in alcune altre lingue romanze, come il portoghese ed il rumeno, ed in altri centri fuori dalla Campania come Sassa (AQ), Sant’Oreste (RM), Vernole (LE), Centrache (CZ), ove non sempre peraltro tàta copre entrambi i significati di “papà” e di “padre” ricorrendosi per quest’ultimo talvolta a derivati dal pătĕr latino.
Secondo alcuni studiosi il termine avrebbe origine onomatopeica, connessa cioè alla cosiddetta lallazione, ovvero all’abitudine dei bambini a ripetere, nelle prime fasi dello sviluppo del linguaggio, le stesse sillabe; in questo caso ta-ta. Così come, d’altronde, per papà e mamma.
Ma se questo è vero, come si spiega nel nostro dialetto, a fianco a tàta, la presenza di attànu, termine con il quale si indica genericamente “padre”? Forse occorre andare ancora più indietro nel tempo.
Le cose, infatti, si complicano quando si scopre che, in greco antico, è attestato l’uso di àtta (ἄττα), come termine confidenziale per indicare il padre anziano, accanto al generico patèr (πατήρ) dal quale è derivato poi il latino pătĕr e, di qui, l’italiano “padre”, l’inglese father, il tedesco vater.
Già questa evidenza, unita alla circostanza che molti termini del nostro lessico derivano dal greco, sarebbe sufficiente a spiegare l’origine di attànu.
Senonché, andando a consultare il celebre Glossarium mediae et infimae latinitatis – disponibile anche in versione online sul dominio della École nationale des chartes della Sorbonne – si scopre che negli atti del vescovo bresciano Filastrio del IV sec. d.C. (Miracula S. Philastrii tom. 4. Jul. pag. 390. col. 2) viene citato l’episodio di una fanciulla miracolosamente guarita che … patri gaudendo innuens, vulgari voce aiebat «Atta, atta, da mihi fustem, ut ambulem»: “… rivolgendosi al padre che gioiva, con un’espressione in lingua volgare urlava «Papà, papà, dammi il bastone, affinché io possa camminare».
Questo prova che il termine àtta/attànu aveva una diffusione assolutamente non omogena ed anche in ambiti ben distanti da quello cui appartiene il nostro dialetto.
La spiegazione la dà ancora il Glossarium Latinitatis. Qui infatti Charles du Fresne, nel segnalare àtta tra i termini volgari medievali, annota in latino: vox ergo vulgaris apud Gothos, ut notant ibi docti Hagiographi “voce dunque del gergo popolare presso i Goti, come annotano i dotti agiografi”, di fatto attestando che si tratta di un termine di origine germanica.
E che il termine fosse presente nella parlata gotica – lingua germanica del ceppo indoeuropeo oramai estinta – lo prova in maniera incontrovertibile un’altra circostanza. Il vescovo ariano Ulfila (o Wulfila), intorno al 340 d.C., appena nominato missionario presso i Goti, traduce nella loro lingua il “Padre nostro”; e Atta unsar ne è il titolo nella lingua di questa popolazione germanica, dove unsar è il possessivo.
Il termine potrebbe quindi essere penetrato nella nostra penisola in conseguenza delle incursioni barbariche dell’Alto Medioevo.
D’altra parte àtta è una parola diffusa anche in area turcomongola, e certamente da una radice presente nella loro protolingua.
Il nome del re degli Unni, Attila – molto probabilmente datogli proprio dai popoli Goti dell’Est Europa che egli aveva assoggettato – significa “Piccolo padre” poiché è composto da atta + –la che è un suffisso diminutivo.
Mustafa Kemal, fondatore e primo presidente della Turchia, venne soprannominato Atatürk “padre dei Turchi”: ata, variante di atta, + türk. Peraltro Kemal aveva origini albanesi e in albanese àti è il padre e tàta è il papà.
Appare evidente a questo punto che àtta non è altro che una diversa forma di tàta; entrambe traggono origine dalla sillaba tà che in un caso semplicemente si ripete mentre nell’altro è preceduta da a- che, talvolta, produce anche un raddoppiamento della consonante.
Il tratto comune è evidentemente la sillaba tà che risale all’indoeuropeo ovverosia alla protolingua originaria di quella grande famiglia cui appartengono tutte le lingue parlate in Europa e in gran parte dell’Asia. Quindi anche le nostre. Altrimenti non si spiegherebbe tāta (tāt-a) per papà in sanscrito; né la forma gotica o quella greca; ma nemmeno i confidenziali daddy in inglese o dada in gallese.


