
In cara memoria del mio Illuminato Maestro Michele Pinto*
Non avendo l’abilità del cesellatore di cammei, capace di concentrare bello e vero in minimi spazi preziosi, non posso sottrarmi dall’invito rivoltomi dal Direttore Rocco Colombo, per dovuto riguardo dell’Illustre, Illuminato mio Maestro, dal quale ho saputo attingere dei Suoi preziosi insegnamenti solo quanto le mie modeste capacità hanno consentito.
Brillante studente della facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Napoli, conseguì la laurea poco più che ventunenne il 19 luglio 1952 discutendo la tesi “La formula dubitativa nelle sentenze di proscioglimento istruttorio” , avendo come Relatore il Prof. Giovanni Leone, futuro Presidente della Repubblica, argomento che ad oltre 70 anni risulta ancora di somma attualità, serbando intatta la sua valenza teorico e applicativa, perciò fonte di animato dibattito dottrinale e di copiosa esegesi giurisprudenziale pur sotto la vigenza di diverso e moderno codice di rito.
Dopo pochi mesi, il Novembre 1952, fu ammesso nello studio del Professore Alfonso Tesauro, in Napoli, alla Piazza Nicola Amore, 2, fucina di menti votate al diritto (con il giovane Michele Pinto figuravano: Enrico Contieri, Michele Scudiero, Giuseppe Abbamonte, Alessandro Lentini); superato precocemente l’esame di abilitazione all’esercizio della professione forense, dovette attendere il compimento del 25° anno di età per potersi iscrivere all’allora Albo dei Procuratori Legali (11 Febbraio 1956).
Nel 1960 Gli si presentò una doppia occasione politica: la candidatura al Consiglio Comunale di Salerno e la candidatura al consiglio provinciale nel collegio di Polla: eletto in entrambi i consessi, allorché Sindaco di Salerno era il Comm. Filippo Menna, nel qual consesso Consiliare figuravano consiglieri della caratura politica dell’On. Cecchino Cacciatore sr., dell’On. Carmine De Martino e il “gotha” professionale di Salerno; ugualmente è a dirsi del Consiglio Provinciale nel quale fu riconfermato nella successiva tornata elettorale del 1965.
La politica più volte ha amareggiato l’uomo leale ed onesto; nel 1968, per bieca quanto oscura congiura di “corrente”, non venne candidato alla Camera dei Deputati, preferendo il Partito di appartenenza presentare la lista di Collegio con un candidato mancante.
L’avv. Michele Pinto rimase nel partito in fedeltà, coerenza ed obbedienza.
Nel 1970 fu la volta dei neo costituiti consigli regionali, con il Maestro in agone figuravano professionisti di chiarissima e specchiata fama: Michele Scozia, Alessandro Lentini. In Consiglio Regionale viene eletto per ben tre legislature (1970-75, 1975-80, 1980-83 , allorché si dimise optando per la candidatura al Senato della Repubblica nel collegio Sala Consilina – Vallo della Lucania).
L’avvio dell’operatività delle Regioni non fu opera facile e quando la macchina amministrativa sembrava rodata ed efficiente, irruppe il fenomeno terroristico con il rapimento in Napoli da parte delle B.R. di Ciro Cirillo, di Guido De Martino e l’assassinio di Raffaele Delcogliano; l’avv. Pinto rimaneva al suo posto, avendo come scudo e baluardo la propria onestà congiunta alla Sua coerenza politica.
Poi il passaggio al Senato della Repubblica con l’elezione ininterrotta per sei legislature (1983-’87, 1987-’92, 1992-’94, 1994-’96, 1996-2001). In questo consesso fu nominato vicepresidente del Senato nel 1994 (Presidenza Scognamiglio). Nel 1996, all’esito della riconferma sullo scranno di Palazzo Madama, il Presidente Scalfaro espressamente lo volle Ministro nel Governo Prodi I, indicato al dicastero delle Politiche Agricole e Forestali, funzione nell’esercizio della quale valorizzò le eccellenze della produzione agricola e zootecnica locale.
Alle dimissioni del Governo Prodi I ottenne il prestigioso incarico di Presidente della I commissione Giustizia del Senato.
Il Parlamentare Michele Pinto fa valere le sue doti di fine giurista con la predisposizione del testo di legge che porta il Suo nome, voluta per porre rimedio alla illegittima durata dei processi; con la relazione in Aula del decreto legge Martelli – Scotti, adottato dal Governo subito dopo le stragi di Palermo nelle quali trovarono la morte i Magistrati Falcone e Borsellino e gli agenti di scorta, all’approvazione del Nuovo codice di rito penale e delle necessarie modifiche allo stesso.
La conclusione della carriera politica attiva non portò alla fine dell’alta considerazione che le Istituzioni serbavano per il Sen. Michele Pinto, allorché il Presidente Carlo Azeglio Ciampi gli conferì “motu proprio” l’alta onorificenza di cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica. Il Presidente Napolitano lo aveva quale consulente giuridico per conto della Presidenza della Repubblica.
L’avv. Michele Pinto intendeva la Politica quale servizio alla persona, al Partito, alle istituzioni: è necessario e doveroso ricordare che Egli non disdegnò, da Senatore della Repubblica, guidare l’opposizione di minoranza nel Consiglio Comunale di Teggiano nella consiliatura 1985-1990: il partito ne aveva necessità ed Egli, con alto spirito di servizio, compì con supremo rigore il proprio dovere fino all’insediamento della nuova consiliatura.
Un avvocato prestato alla politica. Così amava definirsi anche se l’impegno politico lo assorbiva molto, mai tralasciò l’impegno professionale che anteponeva a quello politico, perché l’avvocatura era la sua passione e il Suo lavoro quale unico mezzo certo ed onesto di sostentamento della famiglia.
Impegnato esclusivamente nell’arengo penale; figlio ed erede della nobile tradizione forense Partenopea, maestro della parola, conoscitore profondo dell’incarto processuale e delle norme, sostanziali e processuali, padroneggiando nell’esegesi lessicale e dottrinale delle stesse come insegnato dalla trattatistica della scuola penalistica classica.
Modello altissimo nel foro Salernitano e, non solo; stimato ed apprezzato da generazioni di avvocati e Magistrati nei suoi oltre sessanta anni di attività forense.
Coniugava nello svolgimento dell’attività professionale: preparazione, garbo, e fermezza.
Ribadisco doverosamente, conoscenza profonda degli atti processuali e delle norme; garbo, signorilità e lealtà nei confronti dei Colleghi e dei Magistrati ma pari, inflessibile fermezza nella difesa del proprio assistito e nella tutela delle guarentigie che l’ordinamento appresta all’avvocatura, nonché alle persone che tale funzione esercitano.
In presenza dell’avv. Pinto, a nessuno era consentito ledere il prestigio e la dignità della professione e di chiunque questa esercitasse.
Eloquio semplice nei concetti, sobriamente raffinato nella struttura sintattica ed espositiva, coinvolgente e convincente: vivo ed attuale retaggio della migliore tradizione oratoria classica greca e latina.
Persona di pregevolissima cultura classica, amava “vantarsi” che suo maestro privato nelle lingue classiche era stato il Rev.mo Mons Vito D’Alto, di venerata memoria, al quale era legato da reciproca stima, affetto e devozione profondi.
Nello svolgimento dell’attività professionale ha elargito i suoi alti insegnamenti a numerosissimi allievi, oggi valenti professionisti nell’arengo, Magistrati, Funzionari della Pubblica amministrazione.
L’avv. Pinto riusciva a trasmettere con entusiasmo ai propri allievi i valori ai quali aveva improntato la propria attività professionale: rigore morale, amore per il lavoro, tenacia nello svolgimento dell’attività lavorativa.
La sola spendita del Suo Nome, per noi allievi, era garanzia di luce riflessa, stima accordata e sprone per tentare di esserne all’altezza al solo fine di non arrecarGli amara, cocente ed immeritata delusione.
Nei momenti di quiete dall’attività politica e forense emergeva la persona amorevole che trasmetteva con l’esempio rigoroso ai propri figliuoli i valori di probità e laboriosità. Ripercorreva con immensa nostalgia la Sua infanzia vissuta a Teggiano, nella Sua famiglia di origine, verso la quale serbava affetto e devozione profondissimi; ricordava le tradizioni e le persone con le quali aveva avuto rapporti sinceramente amicali. E perché tacere della Sua fede vissuta e praticata, custodita e trasmessa con lo stesso rigore che applicava nella vita pubblica e privata.
Nel triste momento dell’umano congedo, incombe l’obbligo ineludibile su ogni componente di questa Comunità di conservare e tramandare le orme profonde che egli ha indelebilmente impresse.
*Avvocato, Senatore della Repubblica, Ministro della Stessa, Cavaliere di Gran Croce O.M.R.I.
– Avvocato Antonio De Paola –
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