
Sono passati 15 anni dalla scomparsa del Sindaco Pescatore Angelo Vassallo, ucciso a colpi di pistola nella tarda serata del 5 settembre 2010.
Il sindaco stava rincasando quando la sua auto è stata bloccata da un’altra vettura che procedeva in direzione inversa e in senso vietato. Si sono avvicinati al finestrino e hanno sparato con una pistola calibro 9. Il sindaco è stato una figura simbolo di legalità, coraggio e amore per la propria terra.
In occasione dell’anniversario della sua scomparsa, il figlio Antonio lo ha ricordato con un lungo post sui social.
“Papà, più volte, mi chiedeva come andasse il ristorante, cosa pensassero le persone, se fossero soddisfatte. Non lo diceva apertamente ma nei suoi sguardi si leggeva l’orgoglio. Sembrava che tutto stesse andando per il meglio ma non immaginavo che ci stavamo avvicinando al giorno più brutto della nostra vita. Passa agosto e, con la partenza dei turisti, l’atmosfera cambia. Cambiano tante cose che, purtroppo, in quel momento non potevo vedere né conoscere. È la prima domenica di settembre, l’ultimo giorno d’estate per molti villeggianti che anche quell’anno avevano scelto Acciaroli come meta delle loro vacanze – scrive – Quella mattina papà va a pesca e mi chiede di andare con lui. Sono troppo stanco: il sabato avevo lavorato molto e preferisco riposare. Al ritorno mi chiama e mi chiede di andare ad aspettarlo. Quando arriva, mi mostra con orgoglio una grossa cernia che ha pescato, quasi a prendermi in giro: ‘Vedi? Se fossi venuto anche tu, magari avresti avuto questa soddisfazione’. Mi chiede di portarla al ristorante e di prepararla per la cena di Lodovico, uno dei suoi amici più cari. Alle 12:05 mi chiama di nuovo per chiedermi il peso del pesce. È la sua ultima telefonata”.
“La giornata scorre come tante altre. È una serata di fine estate, simile a quelle già vissute negli anni precedenti ma con la consapevolezza che ormai la stagione era finita. Noi credevamo fosse stata un’estate tranquilla ma solo anni dopo avremmo capito quante insidie avesse nascosto. Quella sera mamma è al lavoro al ristorante di zia Rosa, sul porto. Mancava personale e noi eravamo sempre pronti a dare una mano – continua – Finisce la serata. Passo all’enoteca per salutare Francesca e, sul porto, vedo il fidanzato di Giusy che scherza facendo gavettoni con un suo amico, persona che solo in altre circostanze conoscerò meglio, li saluto e vado a casa. Ho poca benzina, così mi fermo a fare rifornimento sulla strada principale. Poi riprendo la via di sempre, quella che abbiamo percorso mille volte. Se fossi andato direttamente a casa percorrendo un’altra strada avrei cambiato i tempi di scoperta della giornata più brutta della nostra vita. Ma invece vado a casa e senza badare a chi c’era e mi metto a dormire. Nel mezzo della notte arriva una telefonata. È zia Rosa. Per me è come una seconda mamma, non solo per il rapporto speciale che abbiamo, ma anche perché mio padre e mio zio Claudio, suo fratello, avevano sposato due sorelle: mia madre e zia Rosa. Rispondo. ‘Antonio, vieni subito… c’è stato un incidente’. Mi alzo di scatto. Sono in slip, corro nella stanza di papà per chiamarlo e chiedere aiuto ma quella volta lui non poteva aiutarmi. La stanza è vuota. Il giornale è ancora aperto sul letto disfatto. Guardo fuori dalla finestra del corridoio che dà sulla collina. Vedo luci blu intermittenti, tante macchine, tanta confusione. Non penso, non mi vesto, corro. A piedi nudi, su una strada di campagna piena di pietre. Ma non sento nulla. L’unica cosa che mi attraversa la mente è la necessità di arrivare. Ancora non sapevo chi fosse coinvolto nell’incidente. Quando arrivo, tra la folla, vedo l’auto di papà sul bordo della strada. La prima persona che mi parla è mia madre. È seduta su un muretto di cemento, il viso sconvolto. ‘Hanno ucciso papà’”.
“Alzo lo sguardo. Le luci blu dei lampeggianti illuminano a intermittenza l’interno della macchina. Papà è lì, con la testa chinata sul lato destro. Mi avvicino alla macchina. Poi mi giro. Capisco che l’unica cosa che posso fare in quel momento è stare accanto a mamma. La abbraccio. Un abbraccio lunghissimo. Resto con lei, senza dire una parola. Insieme, viviamo la notte più brutta della nostra vita. C’è tanta gente, tanto caos, alcuni si avvicinano alla macchina con curiosità, come se fosse uno spettacolo. Solo anni dopo ho capito il vero significato. Ci raggiunge Giusy. Urla, si sfoga, cerca un colpevole ma noi non abbiamo risposte. Per me, in quel momento, non c’era un colpevole da trovare. C’era solo mia madre. Quando si avvicina l’alba, torniamo a casa. Siamo frastornati, scossi. È come vivere una realtà che non ci appartiene. Mai avremmo immaginato che qualcuno potesse uccidere papà. Pensavo a lei. A cosa stesse provando. Le avevano portato via l’amore di una vita. Stavano insieme da quando mamma aveva 16 anni. Avevano condiviso tutto: due figli, momenti belli e difficili, sogni, sacrifici. E ora, in un istante, tutto era stato spezzato. Ero preoccupato per lei, per come poteva reagire, avevo paura di quello che le passava per la testa. Avevo bisogno che accanto a lei ci fossero persone che le volessero bene davvero. L’assalto dei giornalisti Non passa molto tempo prima che arrivino i giornalisti. In quel momento sembrava solo l’inevitabile conseguenza di un fatto così grave, ma solo 15 anni dopo avremmo capito il perché di tanta rapidità e questo episodio sarà elemento di indagine nei confronti di chi li chiamò” conclude.
Oggi a Vallo della Lucania è stata inaugurata anche la sede della Fondazione Vassallo.


