Il Coordinamento Donne delle ACLI di Salerno, nella giornata in cui si ricordano le troppe vittime di violenza, fuori dalle sterili retoriche che rischiano di durare un giorno smuovendo i cuori e non le coscienze, sceglie in maniera forte ed autentica di sensibilizzare l’opinione pubblica per spingere ad agire verso un cambiamento.

“Lo facciamo attraverso la voce e lo scritto di una giovane donna delle ACLI – spiega il coordinamento – che ha voluto consegnarci il suo passato terribilmente presente; quasi a volerne condividere il peso ma ancor di più a raggiungere idealmente tutte coloro che convivono, loro malgrado e forse per sempre, con delle presenze ingombranti di cui si cerca di cancellarne almeno il volto. Giulia, così la chiameremo, non si è lasciata cambiare e avvelenare dall’odio, non è mai diventata ciò che le hanno fatto…la strada del perdono è lunga e forse impraticabile, ma si può trovare la forza di riprendere a respirare”.

Sarò sincera, quando arriva questo giorno, non riesco ad essere completamente serena – scrive Giulia – C’è qualcosa che si agita nel mio stomaco, c’è qualcosa che irrompe nella mia testa, ricordi forse che escono dal loro nascondiglio, qualcosa che scorre lungo la mia schiena, qualcosa che gela il mio sangue. Quando arriva questo giorno, riconosco che io non ti odio. Odiare le persone non è da me e non sopporto chi invece è in grado di farlo. Ma odio. Odio ciò che mi hai fatto, odio il ricordo di te e di ogni istante, ogni dettaglio, di quella notte. Odio ciò che mi hai lasciato, i tremori, l’ansia, gli attacchi di panico, le crisi, l’umore instabile, la paura, le colpe, la rabbia, l’insicurezza. Odio odiare la mia stanza, il mio letto, non riuscire a dormire, temere di vederti in un sogno, le mie occhiaie sempre più livide. La notte è il mio momento debole perché sento il tuo fottuto alito sul mio collo e sulla mia guancia e tutte le coperte che tiro su non servono ad allontanare le tue mani. E le odio, quelle mani. Sento la paura bussare alle mie spalle e io lotto con tutte le mie forze per non lasciarla entrare. Ma c’è una vocina, sempre la stessa, che mi prende in giro: ‘Davvero pensi di uscirne? Davvero credi di poter convivere con una cosa del genere?’. Ed ecco che tutto prende di nuovo forma: la mia cameretta non è un posto sicuro, stare in pigiama non vuol dire precludere situazioni spiacevoli, addormentarsi può far paura e i parenti a volte sono davvero dei serpenti. Tutto mi circonda ancora…non riesco a muovermi, non riesco a respirare, non sopporto quell’alito…non sopporto lui. Tutto è stato violato. Talvolta odio che tu riesca ad avere ancora potere su di me, durante le notti in cui tendo ad ascoltare quella voce. Le dò ragione perché ogni sensazione, seppur siano passati diversi anni, è ancora presente, viva, mi travolge, mi spinge e mi fa cadere, mi sommerge e soffoco e poi… E poi prendo fiato. Ogni affanno provato diventa respiro. Respiro ogni cosa che oggi, in questo momento, in questo presente, ho tra le mani. Respiro l’equilibrio trovato cacciando via i sensi di colpa, respiro quest’aria in continuo mutamento, respiro il sudore che accompagna questo percorso. Guardo le mie mani tremolanti, comunque desiderose e in grado di voltare pagina… e quindi respiro, respiro e…respiro ancora. Mi volto indietro per dare un’occhiata. Osservo il tratteggio delle mie orme, passo dopo passo sempre più marcate, e decido di non fermarmi. Non voglio più camminare a passi sordi, proseguire incurante del pesante zaino sulle spalle. Nonostante sappia che sarai sempre qui, che non potrai andartene mai, che ci saranno altre notti come questa, oggi parlo. Parlo per non contribuire a questo silenzio assordante. Parlo per spegnere questa indifferenza che mi circonda. Parlo perché non ho più paura di farlo. Parlo per me e per chiunque, purtroppo, si riconosce in queste parole. Ecco come ci si sente. Ma sono qui, a combattere a testa alta e non avrò finito finché tutto ciò che è sbagliato sembra giusto. Sono qui, mi guardo allo specchio e mi regalo un sorriso, forte e consapevole della mia storia. E sì, posso conviverci. Ogni giorno metto in tasca un po’ di sole per non restare al buio durante la notte, così i miei passi saranno più sicuri di affrontare un salto e più leggeri per restare in volo. I miei occhi ne incroceranno altri che sapranno ascoltare e capire, senza il bisogno di dover spiegare. Ho capito che il cielo riscopre i suoi colori specchiandosi nel mare, per cui come un dono accetto ogni goccia di sudore e di pianto che mi riga il viso, perché vuol dire che riconosco le mie ferite e posso accarezzarle con un sorriso. Questo è il percorso che ormai mi spetta. Lo so, perché ci saranno altre notti come questa, notti in cui dovrò lottare. Ma so anche che il sole non annega quando si immerge nel mare. Ed io ho imparato a respirare”.

– Claudia Monaco –

 

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