“Uomini in scarpe rosse” è il flash mob organizzato a Biella da Paolo Zanone, imprenditore tessile e direttore artistico della compagnia Teatrando, contro la violenza sulle donne. E’ la prima volta che viene organizzata un’iniziativa dagli uomini per gli uomini, è un’idea semplice ma forte, come tutte le iniziative che hanno smosso le coscienze nel corso degli avvenimenti storici. Sono troppe le donne vittime di violenza, sono ancora troppo poche quelle che riescono a chiedere aiuto, c’è bisogno di un cambio di mentalità e sicuramente iniziative come questa portano verso la direzione giusta. Perchè gli “Uomini in scarpe rosse” hanno dimostrato l‘orgoglio di essere veri Uomini.

Abbiamo sentito l’ideatore di questa iniziativa, Paolo Zanone, che ci ha gentilmente concesso questa intervista.

  • Com’è nata questa iniziativa?

E’ nata in un modo molto semplice. Ero tranquillamente seduto sul divano, ho guardato il Tg e ho sentito il servizio dell’ennesima storia di femminicidio. Hanno citato il Tweet di Milena Gabbanelli (Ne ammazzano una al giorno. Ma io vedo solo donne manifestare, protestare, gridare aiuto. Non ho visto una sola iniziativa organizzata dagli uomini, contro gli uomini che uccidono le loro mogli o fidanzate. Dove siete? Non è una cosa da maschi proteggere le donne?) e la giornalista ha rincarato la dose dicendo che anche i personaggi della cultura maschile italiana si sono un po’ defilati sull’argomento. In quel momento, siccome da più di 30 anni sono il direttore artistico e presidente di una compagnia teatrale qui a Biella, nel mio piccolo mi sono sentito puntare l’indice addosso perché comunque sono un rappresentante della cultura locale con una discreta visibilità, di conseguenza ho avvertito una sensazione di disagio, mi sono detto “in sostanza ti stanno accusando di essere un ignavio”, come se mi avessero sputato addosso e in qualche modo mi dovevo pulire. Dopo due minuti ero per strada a telefonare alla persona che si occupa della comunicazione teatrale dicendole: “Voglio fare questa cosa perché mi sembra troppo urgente, per favore convoca tuti i maschi (siamo una compagnia molto numerosa) e chiedi loro se sono disponibili a scendere in piazza con me, ci inventiamo qualcosa”.

  • In che modo vi siete organizzati?

Mi hanno seguito quasi tutti, tranne coloro che avevano già preso impegni, eravamo 26 di noi (poi si sono accodati altri uomini della cittadina). Abbiamo trovato un filo conduttore molto preciso, dovevamo fare una processione e non un corteo perché non si può in questo periodo. Ci interessava fare un’azione in movimento lieve, leggero. Ognuno di noi doveva uscire dalla nostra sede teatrale che non è distante dal centro cittadino, percorrendo 1km a piedi a distanza di qualche metro l’uno dall’altro. Ogni 5 secondi ne usciva uno dalla nostra sede, avevamo un dress code che avevo scelto perchè volevamo essere uomini fino in fondo, molto visibili, quasi uomini d’affari, un po’ bohemien se vogliamo, con cappello, giacca destrutturata in uno spezzato, camicia bianca, cravatta, quindi identificabile e mi sembra che la cosa abbia funzionato a livello fotografico. Chiaramente abbiamo indossato scarpe e mascherine rosse e tutti abbiamo portato dei cartelli sottobraccio come una 24 ore che andavano scoperti solo nel momento effettivo del flash mob che di per sé dura 2 minuti. Di conseguenza avevamo bisogno di un’azione in movimento che in qualche modo facesse avvertire a tutti gli uomini che incontravamo la presenza di qualcuno che li stava osservando e giudicando. Ho detto a tutti i miei compagni “Ricordatevi che questo passaggio deve essere fatto solo agli uomini, non disperdetevi, non fate altro se non guardare gli occhi degli altri uomini che incrociate” perché il disagio che crea un uomo che ti guarda (parlo da altro uomo) se ripetuto 26 volte ti fa quanto meno porre un interrogativo e la domanda che noi volevamo porre con gli occhi è “Che cosa stai facendo tu?”

  • Si aspettava che questa iniziativa riscuotesse un così grande successo?

Nel nostro piccolo no, Biella con il suo comprensorio è una realtà piccola ma ci siamo detti che se passa il messaggio qui e la cosa si diffonde, forse la sensibilità che andiamo a scuotere anche solo di una persona qui è sufficiente ma moltiplicata per tante realtà diventa una bellissima cosa. Questo sta succedendo, basti pensare a lei che mi chiama dalla provincia di Salerno oppure ieri sera mi ha telefonato una professoressa di Lamezia Terme che ha lanciato l’idea alla sua preside, che ne è entusiasta, di fare una diretta con me o con qualcun altro della compagnia per la Festa dell’8 marzo. Lei è referente del Polo Tecnologico di Lamezia Terme composto per il 90% da studenti maschi, ha chiesto di fare una conferenza in streaming per parlare di questa nostra iniziativa con i ragazzi e trovo che questa sia una cosa straordinaria perché bisogna partire dai ragazzi se vogliamo migliorare la società.

  • A proposito di mentalità, secondo lei alla base delle violenze c’è un problema culturale? E cosa possono e devono fare gli uomini per cambiare la mentalità?

Sicuramente c’è un problema culturale ma non lo confonderei con un problema di scarsa cultura perché si fa in fretta a pensare che queste violenze avvengono dove c’è poca cultura ma non è così. Invece è un problema culturale profondo radicato alla figura maschile, legato ad una storia millenaria in cui la donna ancora si deve conquistare un posto di cui ha totalmente diritto. Si percepisce chiaramente che c’è questa sorta di complicità maschile nel sentirsi più forti ed è una forza esclusivamente fisica, non la si può negare. La maggior parte delle donne è meno forte fisicamente di un uomo e quindi l’ago della bilancia è spostato leggermente verso la parte maschile fino al momento in cui facciamo entrare nella testa degli uomini che non è proprio così e per riuscirci dobbiamo ribadirlo in continuazione.

  • Ha in programma altre iniziative per sensibilizzare le persone?

Abbiamo costituito questo gruppo di uomini in scarpe rosse, non vogliamo mollare la presa. Pandemia o non pandemia, chiaramente in modalità diverse, tutte le volte che succederà qualcosa di eclatante convincerò i miei compagni a scendere di nuovo in piazza ma in ogni caso appena possiamo facciamo qualcosa a costo di spostarci. Ci hanno chiamato da Varese perché vogliono una nostra rappresentanza lì, ci ha chiamato una Tv svizzera, insomma, abbiamo fatto una cosa estremamente semplice che però ha fatto rumore, vuol dire che ce n’era bisogno.

  • Vuole lanciare un messaggio alle compagnie teatrali delle nostre zone e agli uomini in generale?

Alle compagnie teatrali, perché sono strutturate per fare azioni sceniche e le azioni sceniche se sono ben organizzate hanno un impatto emotivo maggiore, dico unitevi tutte per inventare qualcosa oppure fare un’iniziativa come la nostra, chiaramente noi siamo disponibili a darvi i banali ingredienti che abbiamo utilizzato e tutte le compagnie mi possono contattare.

Agli uomini in generale dico questo: credo che la stragrande maggioranza non ha minimamente il pensiero della violenza dentro di sé però non sottovalutino le persone che li circondano perché comunque è proprio la persona più inaspettata che può usare violenza, che non è solo quella di menare le mani. Facciamo attenzione, guardiamo le persone, non spostiamo sempre lo sguardo, il maschio è pigro: sostanzialmente rispetto alla donna ha una caratteristica di pigrizia, di indignazione morbida, tutti noi ci indigniamo quando succede una disgrazia ma poi lasciamo che siano le donne a scendere in piazza, questo è quello che è sempre successo. Dobbiamo cambiare atteggiamento, guardiamo i vicini di casa, guardiamoci per strada, proviamo ad andare un pochino oltre quella che è la banalità delle situazioni e proviamo ad interrogarci sui comportamenti. Penso che se tutti fossimo più attenti riusciremmo a mettere all’angolo le persone che hanno il seme della violenza, perché sentirsi osservati pone un interrogativo e dobbiamo suscitare proprio questo o almeno provarci.

– Giusy D’Elia –

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