
“Dall’esterno può sembrare che partire da una situazione privilegiata renda tutto più semplice, ma a volte significa anche sentire di dover dimostrare il doppio” Erika Cardinale – Aeffe Services, Gruppo Cardinale
- Prima dell’inizio in azienda, qual è stata la prima lezione di vita che ti ha formato?
Crescendo in un territorio come il nostro, inevitabilmente le persone conoscono te, conoscono la tua famiglia e spesso hanno già un’idea di chi sei prima ancora che tu abbia avuto la possibilità di dimostrarlo. Questo mi ha insegnato molto presto a voler cercare di costruire una mia identità. Ho sempre sentito il bisogno di dimostrare, prima di tutto a me stessa, che volevo guadagnarmi il mio spazio senza rinnegare nessun punto di partenza, anzi ne sono grata ma ho capito presto che un’opportunità può esserti data mentre la credibilità devi costruirtela da sola, motivo per cui, arrivata a 18 anni, ho deciso di trasferirmi lasciando le mie sicurezze, la mia famiglia e tutto ciò che conoscevo per potermi mettere in gioco.
Ho imparato a contare su me stessa, ad assumermi delle responsabilità e soprattutto ho imparato che le occasioni importanti spesso iniziano nel momento in cui decidi di non scegliere la strada più comoda.
- Spesso dall’esterno si vede solo il successo: qual è stato il momento di solitudine o di dubbio più grande che hai dovuto affrontare in silenzio?
Credo che uno dei dubbi più grandi sia nato proprio all’inizio del mio percorso lavorativo. Mi sono messa a lavorare fin da subito e, paradossalmente, il fatto di avere già alle spalle un’attività di famiglia mi ha fatto sentire ancora più forte il bisogno di dimostrare chi fossi e quanto valessi al di là di quello. Sentivo di dover dimostrare che non ero lì semplicemente perché avevo avuto una strada già tracciata, ma perché ero disposta a lavorare, a imparare, a prendermi delle responsabilità e anche a sbagliare.
E forse la parte più difficile, che spesso ho vissuto in silenzio, è stata proprio questa continua necessità di dimostrare qualcosa in più. Perché dall’esterno può sembrare che partire da una situazione privilegiata renda tutto più semplice, ma a volte significa anche sentire di dover dimostrare il doppio per far riconoscere ciò che hai costruito tu. Con il tempo ho imparato che non devo convincere tutti, sono il lavoro, la costanza e i risultati a dover parlare.
- Quando la giornata finisce e sei sola a casa chi è la persona che ritrovi nello specchio?
Quando la giornata finisce e rientro a casa, ritrovo una ragazza che non si sente affatto arrivata. Ho il difetto di essere molto critica nei confronti di me stessa, ripenso a quello che ho fatto, a quello che avrei potuto fare diversamente e a quello che voglio sicuramente ancora cambiare. Però ritrovo anche la capacità di essere felice dei piccoli traguardi.
Sono una persona che nel lavoro corre tanto, pensa sempre alla cosa successiva e difficilmente si accontenta. Nella vita personale non cambia. Sono cresciuta tanto, forse anche troppo velocemente e non ti nego che spesso mi manca quella spensieratezza dei venti anni, cerco di non perderla fuori dal lavoro. Quindi mi circondo di cose semplici, affetti, amicizie, famiglia. Sono ancora molto curiosa di scoprire ciò che diventerò e questo non cambierà mai, avere l’entusiasmo di capire ciò che deve ancora venire.
- Guarda queste opere, qual è quella che descrive meglio come ti senti in questo momento della tua vita e perché?
Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich credo che mi descriva meglio. Ho percorso già tanta strada, ma ciò che mi entusiasma davvero è tutto quello che ancora non riesco a vedere. Un giusto equilibrio tra presente e futuro, ambizione e curiosità verso il futuro e consapevolezza del presente.
- Che cos’è per te la felicità?
La felicità credo sia saper vivere il presente. Aver voglia di domani ma star bene anche nell’oggi. La felicità è una delle sensazioni più difficili da riconoscere, sembra assurdo. Spesso ci concentriamo su quello che ci manca, su quello che dovrà succedere, che non ci accorgiamo di essere felici proprio mentre lo siamo. Non credo sia necessariamente sentirsi euforici o avere tutto quello che si desidera. A volte è molto più silenziosa, la considero più come una pace, magari anche interna. Quindi, dovremmo semplicemente soffermarci un po’ di più sul presente, su quello che ci circonda ed essere felici già di quello che abbiamo e che siamo.


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