Lettera aperta alla redazione di Nadia Parlante.

E’ da un po’ di tempo che faccio una riflessione riguardante il linguaggio, ovvero le nostre parole. Cosa saremmo noi senza parole? Esseri inconsapevoli di quello che siamo. Null’altro. Le parole esprimono chi siamo e il nostro mondo. Lo definiscono, ne rappresentano la parte più vera, più spontanea, più certa. Quando, ad esempio, nomino il “cielo” usando proprio quel termine e non un altro, nella mia mente si formano immagini definite, colorate perfino. So che quel termine mi giunge dalla notte dei tempi e milioni di persone come me lo riconoscono. E questo avviene per ogni parola, per ciascun etimo.

La parola è il simbolo, anzi l’insieme di simboli, con in quale ogni popolo ha scelto di comunicare con gli altri e perfino con se stesso, quando pensa. E’ il modo in cui noi parliamo, cioè esistiamo. Perché una parola cambi, occorrono decenni, secoli, talvolta millenni e lo stesso avviene quando viene introdotto un nuovo termine nell’uso comune. Anche le parole hanno le loro salde radici che devono attecchire, devono essere accettate e pian piano utilizzate e crescere. 

Solo dopo questo lungo e non sempre fortunato iter, una parola diventa “Parola”, non prima. Nel nostro mondo di parole più o meno millenarie, parole certe perché parlate dai nostri padri e dai padri dei nostri padri, nel giro di qualche settimana è accaduto un cataclisma epocale. E’ accaduto quello che di solito accade in centinaia di anni. Nulla è più stato lo stesso. Ricordo perfettamente quando è avvenuto che mi sono mancate le parole per descrivere ciò che vedevo. Era la fine di gennaio ed in televisione ho intravisto di sfuggita dei buffi omini cinesi che si muovevano nei loro ridicoli scafandri bianchi. Erano i medici di Wuhan che combattevano una strana malattia, invincibile a quanto pareva. Ho pensato che erano brutti assai e che le inventavano tutte loro per farsi notare. Ma non era uno scherzo e, di certo, non era per niente buffo. Ho pensato – sbagliando clamorosamente – che qualsiasi cosa fosse, era comunque troppo lontana per arrivare qui, da me nel mio piccolo mondo sicuro, saggio e tranquillo di cui conoscevo ogni parola, di cui tutto mi era certo.

Il termine Covid-19, o Sars Cov-2, si è trascinato dietro una valanga di vocaboli estranei, freddi, tecnici, impronunciabili, impersonali, paurosamente surreali: Coronavirus, dispositivi di sicurezza individuali DPI, lookdown, assembramento, pandemia, tampone, incubazione, trasmissione, anosmia, iposmia, smart working, cpap, didattica a distanza, connessione, piattaforma, lezione live, device, DPCM, zona rossa, zona gialla, zona arancione, in remoto, ordinanza, autorizzazione, test molecolare, positivo, casi, decessi, R1, respiratori polmonari, contaminazione, gel disinfettante, misuratori elettronici per la temperatura, virus, isolamento, circolare, rientro in comunità, asintomatico, Remdesivir, Eparina, immunomodulatori, sperimentazione, Tucilizumab, CTS, Idrossiclorochina, ossigenoterapia, monitoraggio…e potrei continuare per ore.

Esattamente come un fiume che tracima portandosi dietro tutta l’acqua del mondo, un nuovo mondo di parole ha soppiantato il primo e noi, da quel momento, non abbiamo più compreso la realtà, non l’abbiamo riconosciuta e ovviamente neppure accettata. Da un giorno all’altro (non da un secolo all’altro), abbiamo dovuto imparare giocoforza a pronunciare nuovi termini (no… non Parole), a vivere una vita diversa, piena di divieti, regole e soprattutto priva delle nostre parole rassicuranti.

E’ stata una violenza che la mente non ci perdona. Un mondo di parole ha spazzato via di colpo il nostro e noi, smarriti come neonati senza madre e nutrimento, cerchiamo risposte a domande che non capiamo. Il lessico dei nostri giorni ci fa paura esattamente come la realtà che viviamo, perché la realtà è fatta di parole e le parole, ve l’assicuro, non sono solo parole.

– Nadia Parlante –

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