
Negli ultimi anni assistiamo al comporsi di una terza guerra mondiale a pezzi, come ben l’ha descritta Papa Francesco. Il Medio Oriente è una polveriera: dal 7 ottobre 2023 si sono verificati una serie di attacchi che hanno portato alla flagellazione dei palestinesi a Gaza e alla conseguente partecipazione di diversi Paesi del Mondo. Tuttavia, le attività quotidiane continuano a svolgersi in Israele, uno Stato tanto complesso per via della coesistenza di popoli con differente credo religioso e che ospita Gerusalemme e la Città Vecchia di Gerusalemme, cara alle 3 religioni monoteiste. In quei luoghi insiste la Terra Santa, meta prediletta da pellegrini e da chi subisce il fascino del sacro.
Ci siamo chiesti come viva la comunità cristiana lì, quale difficoltà stiano incontrando i tanti volontari e missionari che dedicano la loro vita agli altri, a prescindere dai bombardamenti. Abbiamo quindi raccolto la testimonianza di Frate Sergio Galdi d’Aragona, di Salerno. Il frate appartiene alla “Custodia di Terra Santa”, una provincia dell’Ordine dei Frati Minori francescani incaricata dalla Santa Sede. Dal 1342 sono chiamati a custodire i Luoghi Santi della Redenzione in Israele, Palestina, Giordania, Siria, Libano, Egitto, Cipro e Rodi. Con sede a Gerusalemme (Convento di San Salvatore), i frati gestiscono santuari, accolgono pellegrini e sostengono la comunità cristiana, e non, attraverso parrocchie, scuole e opere sociali.
Dal 2005 al 2016 Frate Sergio è stato segretario di Terra Santa. La segreteria è la porta di ingresso alla Custodia di Terra Santa attraverso cui passa il mondo politico o laico che guarda a Gerusalemme. In seguito, il frate è stato Commissario generale di Terra Santa in Italia con il compito di promuoverla attraverso pellegrinaggi, tavoli culturali. I commissari promuovono poi la Colletta del venerdì santo, di cui i francescani della Custodia trattengono il 65% per le opere esistenziali e per la custodia dei Luoghi Santi. Il 35% va alla Santa Sede che lo ridistribuisce tra le chiese cattoliche presenti in Medio Oriente. Il sostentamento dei frati arriva dai pellegrinaggi, che ora però sono fermi.
- Padre Sergio, lei ha vissuto per molti anni in Medio Oriente. Questi ultimi sono segnati dal dolore, soprattutto per gli avvenimenti a seguito del 7 ottobre 2023. Nello svolgimento delle vostre attività di Custodi di Terra Santa, quale differenza si è delineata?
Come prima dell’attacco e della guerra, anche oggi continuiamo a prodigarci alla custodia dei luoghi santi, della reincarnazione e della redenzione. E’ un’attività che noi frati svolgiamo da 800 anni, allo stesso modo custodiamo le “pietre vive” della Terra Santa, cioè le popolazioni locali. Noi siamo presenti in Israele, Palestina, Libano, Giordania e poi abbiamo dei conventi nelle isole greche di Cipro e Rodi. Nel corso della storia abbiamo avuto momenti di maggiore tranquillità o belligeranza sul territorio, ma la nostra opera incessantemente continua. Supportiamo sempre la popolazione locale attraverso una moltitudine di iniziative che, anche in tempo di guerra, manteniamo vive. Nel passato, come oggi, non abbiamo mai licenziato nessuno, così come durante l’intifada e il Covid, pur non avendo entrate. Abbiamo un indotto di 3000 dipendenti, vuol dire che 3000 famiglie sia musulmane che cristiane dipendono dalla Custodia di Terra Santa. Sotto i bombardamenti, con le sirene, la nostra opera continua.
- In Terra Santa vivono diverse comunità religiose. E’ possibile definire un prima e un dopo nel rapporto che intercorre tra loro?
Il discorso è delicato: Gerusalemme in particolare è la città cara alle tre religioni monoteiste, cioè cristianesimo, ebraismo e islamismo. Noi abbiamo mantenuto sempre un dialogo aperto con le altre due comunità religiose, oltre che con le chiese ortodosse e protestanti, però il 7 ottobre è stato un evento diverso dal passato, cioè da quel conflitto israelo-palestinese che ci ha accompagnato nel corso dei decenni. Avveniva una sorta di storicizzazione del conflitto, dopo il Covid la stampa non ne parlava infatti. Quanto accaduto il 7 ottobre, esecrabile e condannabile sotto tutti i profili, ha creato un vulnus, una profonda ferita nelle comunità. Quella israeliana è complessa perché composta da ebrei israeliani, divisi in laici, secolarizzati, ortodossi, da arabi, cioè arabi cristiani e arabi musulmani. All’interno di uffici pubblici si trovano esponenti di tutti questi credo religiosi, ma dopo quell’attentato colleghi con scrivanie di fronte, che prima convivevano civilmente, non si salutano neanche. Quell’evento e la risposta israeliana hanno creato una ferita profonda nelle vite e nelle anime delle persone, per cui non saranno sufficienti 30 anni per liberarli.
- In qualità di frati della Custodia di Terra Santa svolgete attività pastorali e opere di carattere sociale: doposcuola, laboratori femminili, colonie estive, ambulatori. Impartite formazione ad oltre 10mila persone tra cristiani e non, musulmani. Attualmente le scuole sono aperte? Le bombe impediscono agli alunni di partecipare?
La scuola è un’attività a noi molto cara. Le prime Terra Santa School della Custodia risalgono al 1600. Nelle nostre classi abbiamo sempre mantenuto il crocifisso, anche durante il periodo ottomano e non abbiamo mai avuto problemi. Le nostre sono scuole confessionali. La maggior parte dei nostri alunni è musulmana, ad esempio, nella scuola di Gerico oltre il 95% degli allievi è di fede musulmana. I padri di famiglia mandano i loro figli nelle scuole confessionali cristiane perché sono contenti della formazione che viene data. Durante l’ora di religione, come da 300 anni a questa parte, c’è un catechista per ogni credo che si professa tra gli studenti. Siamo un laboratorio di convivenza, di civiltà, di dialogo che potrebbe essere da modello per gli occidentali, ma non dimentichiamo che la Custodia di Terra Santa ha dato alla Chiesa universale il maggior numero di frati martiri, più di tutte le province francescane nel mondo. La condizione più complessa per le scuole è in Libano. La situazione è disastrata, ci sono tantissimi profughi e le nostre case sono aperte all’accoglienza di tutti. Lo scorso anno ho portato avanti una raccolta di fondi nel Sud Italia e grazie a generosi benefattori, tra cui sacerdoti, abbiamo realizzato un dispensario a Beirut che ora è preziosissimo per aiutare i bisognosi. Forniamo centinaia di pasti al giorno.

- Dopo tanti anni trascorsi in Terra Santa, sebbene non appartenga allo Stato di Israele, le è possibile definire una differenza tra popolo ebraico, società israeliana e governo israeliano?
Prima dell’attacco in Iran c’erano vaste bolle di popolazione israeliana, di ebrei israeliani, non allineate sulla posizione dell’attuale governo. Del resto, la stessa comunità ebraica americana era spaccata sulla politica del primo ministro. Negli ultimi mesi centinaia di ebrei israeliani hanno lasciato definitivamente lo Stato di Israele perché non in linea con la politica di estrema destra. Prima dell’attacco all’Iran, potevamo sperare in un’azione diplomatica, ma ora il dialogo sembra arduo. Non tutti gli israeliani stanno con il governo come non tutti i palestinesi sono con Hamas che fu votato in segno di protesta contro la corruzione di Fatah, non perché piacesse.
- Padre Sergio, secondo lei cosa è mancato, oltre alla volontà politica, per attuare la pace? Il mondo religioso che ruolo ha avuto e quale sta ricoprendo?
Noi cristiani in Terra Santa (mi riferisco sia ai territori israeliani che palestinesi) siamo l’1.5% della popolazione. Seppur pochi, realmente possiamo essere lievito, collante, ponte tra la realtà palestinese e quella israeliana. Le fornisco un esempio di un piccolo miracolo: a Gerusalemme abbiamo una scuola di musica, Magnificat, in cui studiano insieme ragazzi arabi israeliani, arabi cristiani, arabi musulmani, palestinesi, ragazzi ebrei israeliani. Anche dopo il 7 ottobre, con quasi tutti i docenti ebrei israeliani, quando tutti i canali tra l’una e l’altra parte si sono chiusi, la nostra scuola ha tenuto insieme tutte queste persone che si trovavano, a causa degli eventi, su fronti diversi. E continuiamo a farlo.
- I pellegrinaggi in Terra Santa sono stati sospesi a causa della guerra e nei pressi dei Luoghi Sacri stanno arrivando schegge di droni. Padre, in che termini la chiusura costituisce un danno per la vostra realtà?
Come Custodia di Terra Santa ci sosteniamo molto con i pellegrini, con i turisti. Dopo il Covid e l’attentato, quando timidamente si stavano riprendendo i viaggi in Terra Santa, Israele ha attaccato l’Iran ed è tutto sospeso. L’economia locale è bloccata e anche noi non abbiamo entrate. Nonostante ciò, continuiamo a fornire le attività. Siamo alle porte della Grande Settimana, quella Santa. Durante la Quaresima si svolgono di solito bellissime funzioni attorno a Gerusalemme, a Betlemme, nelle chiese e la fascinazione colpisce non solo i credenti. Con lo stato di belligeranza, alle liturgie non riescono ad accedere nemmeno le popolazioni locali. Il Santo Sepolcro è chiuso al pubblico. Ad ogni santuario che abbiamo (oltre 65) corrisponde un convento francescano e la comunità religiosa vive in quei luoghi, risiede lì, è chiusa dentro e continua costantemente non solo a pregare per i benefattori della Terra Santa, grazie ai quali ci sosteniamo, ma anche a svolgere tutte le celebrazioni liturgiche e quaresimali.
- Padre, come stanno i cristiani nel mondo e in Medio Oriente?
Siamo una chiesa che soffre, che paga sulla propria pelle la propria fedeltà a Gesù Cristo. E la paga con il sangue. Quello che noi vediamo dall’Occidente sulle realtà orientali non è la verità. I cristiani sono perseguitati dappertutto e mentre noi cattolici mettiamo al servizio di tutti indistintamente le nostre iniziative, questo non si può dire di altre realtà. Dall’Iraq alla Siria interi villaggi cristiani sono stati cancellati.
- Lei è un francescano. A fronte di una crudeltà sempre più presente tra gli umani, ritiene che la fratellanza si sia smarrita?
Al vertice della piramide creaturale c’è l’uomo e questo fa sì che ci possiamo riconoscere tutti fratelli e sorelle. San Francesco ha dialogato con l’Oriente quando tutti i canali erano chiusi durante la crociata e i francescani continuano a farlo, privilegiano un discorso internazionalistico. La fratellanza non credo sia smarrita, piuttosto bisogna prendere atto e coscienza della nostra profonda natura: essere stati creati per il bene, per l’amore. Purtroppo esistono interessi di natura materiale che negano tutto questo e motivano delle guerre laddove non è necessario che esplodano, come l’Iraq ieri e l’Iran oggi. L’augurio è di far parlare la diplomazia e deporre le armi, come dice Papa Leone. Noi come Occidente siamo in una posizione difficile. L’Europa dovrebbe riuscire a rifondarsi nelle sue tradizioni, nelle sue origini, trovando sponda in alleati che sono lontani da questo conflitto. L’Europa potrebbe assumere un ruolo di guida morale e culturale.



