Dalla prima metà del Seicento in poi, cioè dall’inizio della depressione economica da cui il Mezzogiorno non uscirà più nonostante le riforme e l’emancipazione politica e sociale dei secoli seguenti, comincia nel Vallo di Diano il fenomeno dell’emigrazione stagionale dei contadini che vanno a lavorare nel territorio pugliese nei mesi della mietitura. Una vasta documentazione archivistica e bibliografica attesta questo fenomeno che poi, dopo l’unità d’Italia, sfocerà nella grande emigrazione all’estero, particolarmente in America, che durerà per circa un secolo. Un documento del 1646 rivela l’esistenza dell’emigrazione stagionale in un paese povero come Buonabitacolo, in cui il fenomeno migratorio dura una buona parte dell’anno. Infatti, si apprende che in questo paese molti contadini “l’inverno vanno con vanghe in diversi luoghi del Regno a vangare e pigliano partiti di far fossi, argini, e altri servitij; si ritornano a loro case la Pasqua e poi ritornano a uscire il giugno a mietere, e con detta loro fatica si vanno industriando di camparno la famiglia e di pagare li pagamenti fiscali, et altro”.

Ciò che costituiva un peso insostenibile per i cittadini meno abbienti era proprio il pagamento dei tributi fiscali imposti dalla Regia Corte, dai baroni e dallo stesso Comune per fronteggiare le spese comunitarie. L’emigrazione stagionale era dovuta anche, a Buonabitacolo, alla poca disponibilità di terre da coltivare:Hanno tanta scarsezza di territorio”, si afferma nel suddetto documento (che contiene un “Apprezzo”  sul gettito fiscale del feudo di Padula col casale di Buonabitacolo), “poiché l’Università [il Comune] non ha altro che certi monti aridi dalla parte di ponente, non hanno altro che certi pochi horti delli quali pagano il censo al Padrone [il barone del feudo]”. L’unica risorsa agricola era la cospicua presenza della vite, con una produzione abbondante di vino: “Di vini bianchi e russi di poca gagliardia ne fanno tanti che ne vendono per li luoghi convicini”.

Dal punto di vista economico, Buonabitacolo era ai limiti della sussistenza: il Comune aveva molti debiti coi privati (nobili locali ed enti ecclesiastici) e certamente non bastavano affatto i 2700 ducati annui che racimolava dalle collette dei cittadini. A poco serviva l’impegno degli amministratori comunali: due Eletti e tre sindaci, “li quali sindici gubernano quattro mesi per ciascheduno”.

Di qui il ricorso alla penosa ma necessaria emigrazione stagionale.

Arturo Didier


 FONTE: A. DIDIER, I regesti delle pergamene di S. Michele Arcangelo di Padula, Salerno 1993, Appendice, pp. 138-141.


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