L’apprensione e la costernazione per l’attuale Coronavirus piombato all’improvviso in tutta Europa, e soprattutto in Italia, richiama le varie epidemie di peste che nel passato si abbatterono sull’Italia, a cominciare da quella citata dal Boccaccio nel “Decamerone” e continuando con quella narrata dal Manzoni nei “Promessi Sposi”. Ma, passando dalla letteratura alla storia, il riferimento, per quello che ci riguarda, va subito alla famosa peste del 1656, che, attiva a Napoli dal mese di aprile, si diffuse in seguito, attraverso la grande via consolare che si estendeva fino alla Calabria, nelle province meridionali. Nel Vallo di Diano il morbo giunse alla fine di agosto.

Un manoscritto dell’archivio Carrano di Teggiano, contenente le deliberazioni seicentesche del Parlamento di Diano, fornisce, diciamo così, la cronaca di quella tragedia immane che sconvolse anche il piccolo centro arroccato sulla collina.

A Diano la peste cominciò a diffondersi alla fine di agosto. Il 28 di tale mese si riunisce il Parlamento della città e il Sindaco dice ai cittadini: “Si fa intendere alle Signorie vostre come per il male che corre di contagio molti poveri moreno del disagio per non averno modo di procurarsi sia i medicamenti e sia il vitto, di modo che essa Università [il Comune, nel senso di universitas civium, l’insieme dei cittadini] porta pericolo di restar con pochi cittadini“. Il Parlamento decide di intervenire finanziariamente prendendo in prestito del danaro che poi sarà pagato con una imposizione fiscale a tutti i cittadini.

Nel vicinato della parrocchia di Sant’Andrea il 31 agosto si verificano i primi decessi. “De morbo contagioso migraverunt“, annota il parroco nel Libro dei Morti, facendo poi seguire i nomi dei defunti. In questo stesso giorno il Parlamento di Diano si riunisce e decide “di prendere come protettrice della Città la Concezione Santissima, come have fatto la Città di Napoli, et anco per protettore il glorioso Santo Rocco“.

Per le altre parrocchie di Diano non esiste una documentazione. Ma un’idea complessiva della tragedia si può averla dalla testimonianza data dal seicentesco vescovo Tommaso Carafa, il quale sottolinea lo squallore delle chiese parrocchiali della città, rimaste pressoché deserte e abbandonate per la morte di gran parte del clero che ne aveva la cura. Un esempio? La chiesa madre di Santa Maria Maggiore, affermava il vescovo, “si serviva per 10 preti, tutti morti di pesta“.

Nell’anno seguente, precisamente il 25 febbraio 1657, il Parlamento, riunitosi per fare un consuntivo degli effetti della peste, fa rilevare che “per il morbo contagioso” sono morti, tra gli altri, il Sindaco e i Consiglieri Comunali, e pertanto occorre eleggere subito i componenti della nuova amministrazione. Pochi giorni dopo, il 4 marzo, il Sindaco fa rilevare che “per ordine regio si hanno da espurgare le case e i panni per l’effetto del morbo contagioso, per cui si devono imbiancare di calce tutte le facciate delle case con prontezza e con l’aiuto di tutti i cittadini“. Infine il 4 maggio, sempre per ordine regio, viene disposto il rifacimento della numerazione dei fuochi (nuclei familiari) di Diano, al fine di aggiornare la somma dei contributi fiscali da versare annualmente alla Regia Corte.

Va detto che la peste del 1656 causò il dimezzamento della popolazione del Mezzogiorno e il sopraggiungere di una conseguente carestia, cose che portarono ad una devastazione sociale ed economica che durò per decenni, più o meno fino al 1734, anno della ricostituzione del Regno fatta, con la sua conquista, dal sovrano Carlo III di Borbone.

– Arturo Didier –

   FONTE: “Deliberazioni parlamentari di Diano” (1652-1698), manoscritto, Archivio Carrano di Teggiano

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