– Lettera aperta di Antonio Romanelli, discendente della famiglia De Stefano –

Come in tantissimi Comuni, anche a Casalbuono esisteva il rudere di un palazzo baronale in cui erano conservate la nostra storia, la nostra civiltà e la nostra cultura.
Risalente al 1000/1100 (foto 1), rappresentava l’espressione storica più importante del paese, da salvaguardare, tutelare e conservare gelosamente.
Mediante la rimozione dei materiali, il recupero e restauro delle mura perimetrali e divisionali, dei frammenti di pavimentazioni, disegni murali, decorazioni, volte, solai in tufo, luoghi di preghiera, scale a chiocciola e tanto altro, avrebbe rappresentato anche un sicuro richiamo turistico. Avrebbe raccontato le nostre origini, gli usi, i costumi, i mutamenti epocali e sarebbe stato il naturale custode di tutto il viatico di un popolo.

La politica casalbuonese ha distrutto quello che rimaneva della vecchia struttura e, al suo posto, ha costruito uno stabile interamente nuovo (foto 2 e 3), completamente diverso dal monumento originale sia negli interni, sia negli esterni e sia nelle dimensioni. Nel tentativo di nascondere il grave errore commesso, la politica locale ne ha commesso uno ancora più grave. Col pretesto dell’inaugurazione di una fantomatica “sala maggiore”, ha tentato di spacciare il nuovo stabile come “il castello baronale” completamente restaurato.

A conforto di questa tesi, sono state pubblicate la foto del rudere e un’altra del nuovo fabbricato, ma sono state volutamente occultate le foto del palazzo originale (foto 4, 5 e 6) per evitare il confronto con la nuova struttura. Nel nuovo stabile, gli ambienti interni sono stati completamente rinnovati e modificati nelle dimensioni, nella dislocazione e nelle finiture. Intonaci nuovi rivestono le varie stanze con pavimenti in cotto.

Non vi sono frammenti di pavimentazioni antiche, non vi sono lembi di disegni alle pareti, non vi sono stucchi, tufo o altro materiale di fattezza antica, non vi sono cucine, stanze da letto, luoghi di culto, salotti, carceri, insomma non vi è assolutamente traccia dell’identità del palazzo baronale originale: come se non fosse mai esistito!
Gli esterni sono un capitolo altrettanto doloroso. Non vi è bisogno di alcuna descrizione: le foto parlano da sole!

Molto rimaneggiato rispetto alle dimensioni originarie, è stato costruito un edificio nuovo privo di qualsiasi valore storico e con uno stile architettonico moderno, neppure lontanamente
paragonabile a quello originale.

Alla cerimonia della predetta inaugurazione, probabilmente ignari dei fatti reali, hanno partecipato alcuni politici invitati per dare forza, credibilità e realismo all’immaginario restauro del “castello” che, tra l’altro, da tempo immemorabile non è più un castello, bensì un palazzo.
Fra questi, i presidenti di due enti pubblici con competenze sul territorio di Teggiano e un consigliere regionale, avvocato, che si occupa anche del codice dei beni culturali.
Quest’ultimo proviene proprio da Teggiano, una cittadina conosciuta ed ammirata in tutta Italia per le sue manifestazioni artistiche e per la tutela e la cura dei suoi beni culturali e
ambientali. Per inaugurare una sala sorta sulla distruzione di una struttura storica, ironia della sorte, non avrebbero potuto scegliere politici più adatti. In un’intervista è stato detto che il castello, una volta un rudere, con grande soddisfazione, è stato riconsegnato restaurato alla cittadinanza.

E’ come se a Pompei, sul rudere della domus di Romolo e Remo, avesse costruito un nuovo stabile e poi fosse corso in tv a vantarsi di aver restaurato e restituito la casa di Romolo e Remo ai Pompeiani. Ma a Pompei o altrove, con tutti quei ruderi che si ritrovano, sono proprio sicuri di non aver bisogno di aiuto?
Sembra impossibile che un bene culturale risalente al 1000/1100, che ha vissuto il potere degli abati di Cadossa dall’anno 1000 al 1300 circa, che ha subito il potere dei priori della Certosa di Padula fino al 1400, che ha visto consolidarsi l’avvento dei baroni dal 1500 in poi, che ha conosciuto la signoria dei Sanseverino, dei Claps e dei baroni De Stefano dal 1650 circa in poi, sia stato distrutto con tanta leggerezza e imperizia.

L’art. 20 (interventi vietati),comma 1, decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, recita: “I beni culturali non possono essere distrutti, danneggiati o adibiti ad usi non compatibili con il loro carattere storico o artistico oppure tali da recare pregiudizio alla loro conservazione”.

Tanto, pregiudica anche un eventuale indiscriminato utilizzo. Inoltre, non si sa se sia stata effettuata la verifica della sussistenza dell’interesse storico da parte del Ministero, non si sa se l’opera nuova sia stata autorizzata dal Ministero e non si sa quale sia stato il ruolo della Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per le province di Salerno e Avellino.
Risulta perfettamente comprensibile l’intervista dell’assessore: quando potrà mai ricapitare la soddisfazione di aver distrutto un inestimabile patrimonio storico dei cittadini di Casalbuono?

 

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