
Con l’italiano, salvo poche e ben gestibili eccezioni, siamo abituati a distinguere le quattro possibili combinazioni di genere e di numero semplicemente guardando alla desinenza, ovvero alla vocale non accentata finale, giacché sappiamo che: a individua il femminile singolare, e il femminile plurale; o il maschile singolare, i il maschile plurale. Ne deriva che delle cinque vocali atone disponibili solo queste quattro si possono trovare, non accentate, in fine di parola.
Sarebbe sufficiente eliminare anche solo una di esse per metterci in difficoltà.
Mai nessuno di noi, però, ha avuto difficoltà a fare questa distinzione nella propria parlata dialettale. Nemmeno noi teggianesi; eppure nel nostro dialetto delle cinque vocali atone finali (le stesse dell’italiano) solo tre si possono trovare in posizione finale di parola non accentate; questa è una delle tante caratteristiche peculiari del nostro dialetto. E rimanendo sulla distinzione di genere: a indica il femminile singolare, u il maschile singolare; i sia il maschile che il femminile plurale. La e e la o – le cosiddette “vocali medie” – non ci sono mai; come d’altronde la u in italiano.
Lo avevate notato?
Così stando le cose, e considerando uno dei parentali che abbiamo già incontrato, ziàni vale “zii” o “zie”?
È il problema che abbiamo con l’equivalente di figlio/figlia: figli-u maschile singolare, figli-a femminile singolare e fìgl-i plurale sia maschile che femminile. Un problema che non ci risolve, com’è immediatamente evidente, la desinenza.
Avete qualche idea? Vi do una dritta.
È certo che se scrivo li ziàni e li zziàni tutto diventa immediatamente più chiaro: ciascun parlante teggianese (ma il discorso vale, mutatis mutandis, per moltissimi dialetti meridionali e per tutti quelli del nostro Vallo) sa che nel primo caso si tratta de “gli zii”, nel secondo caso de “le zie”. Stesso identico discorso per li fìgli vs li ffìgli. L’elemento discriminante non è più la desinenza ma la consonante iniziale del sostantivo: che è scempia al maschile e doppia al femminile.
Ma perché succede questo?
La spiegazione è nell’articolo determinativo e, più precisamente, nel processo di formazione di esso; infatti la forma del maschile e quella del femminile plurale sono solo apparentemente uguali.
Come per l’italiano, anche l’articolo determinativo si è formato a partire dal pronome dimostrativo latino ille-illa-illud, plurale illi-illae-illa. Il processo di formazione è – semplificando e tralasciando il neutro, di cui certamente avremo modo di parlare in altre occasioni – il seguente:
-) maschile sing. ille > (il)le > lu pl. illi > (il)li > li
-) femminile sing. illa > (il)la > la pl. illae > (il)lae > li
Ho indicato tra parentesi la sillaba che si è persa nel processo.
Certamente non vi sarà sfuggito che – ovviamente semplifico anche qui il ragionamento –, nel pronome latino, la desinenza del maschile plurale è composta dalla sola vocale -i mentre quella del femminile è composta da due vocali -ae, anche se si pronunciano con la emissione di un unico suono, /e/, come fossero una sola ma con una durata maggiore. Quest’ultima desinenza ha quindi una lunghezza, una energia, doppia di quella del maschile.
Ora se una delle due vocali si trasforma nella “i” dell’articolo femminile plurale li, l’altra che fine fa?
In linguistica avviene esattamente quel che succede in natura in base al primo principio della termodinamica: la energia si modifica ma mai si distrugge. E, infatti, nel caso che ci interessa, la energia dell’altra vocale va a sommarsi a quella della consonante della parola che segue, la quale per conseguenza si raddoppia.
L’articolo determinativo femminile plurale del dialetto crea, quindi, raddoppiamento della consonante iniziale della parola che segue: la figlia < li ffìgli, la nipòtu < li nnipùti (li niputi sono ovviamente i maschi), la fèmmina < li ffèmmini, la càscia < li ccàsci, ecc.. È lì che scarica la sua energia:
Li ffìgli si sò mmàritàti ma li figli sò angòra tùtti ggiùvini! / Le figlie sono tutte sposate ma i figli sono ancora tutti scapoli!
In termini tecnici questo effetto è chiamato Raddoppiamento fono-sintattico (RFS) per indicare, ancora semplificando, che il fenomeno sonoro che si genera è portatore di uno specifico valore morfo-sintattico.
In questo caso indica (i linguisti direbbero marca) il femminile al plurale.


