
Questa mattina, su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia di Potenza, i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Salerno hanno dato esecuzione a un’ordinanza applicativa di misura cautelare in carcere emessa dal GIP del Tribunale di Potenza su richiesta della Procura di Salerno di Fedele Marotta, 42enne di Padula, e di un’altra persona risultata irreperibile, indagati unitamente ad altri, sia noti che in via di identificazione, per estorsione aggravata, simulazione di reato e calunnia.
Il provvedimento cautelare segue una complessa attività investigativa svolta attraverso intercettazioni, escussioni di persone informate, perquisizioni, esami di tabulati e di smartphone che è stata svolta dai Carabinieri di Salerno coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia potentina.
Il Giudice ha ritenuto, ferma restando la presunzione di non colpevolezza fino a condanna definitiva, la sussistenza di gravi indizi a carico degli indagati che, in concorso tra loro, con azioni coordinate e dettagliatamente preordinate, a novembre dello scorso anno avrebbero simulato un rapimento a scopo di estorsione per ottenere un ingiusto profitto economico a danno dei familiari di Fedele Marotta.
In particolare, sulla base degli indizi raccolti, di testimonianze, messaggi telefonici acquisiti e delle intercettazioni, è emerso che Marotta il giorno del presunto rapimento a scopo di estorsione avrebbe simulato di essere in procinto di incontrare a Padula degli esponenti collegati al clan dei Casalesi che lui stesso, come raccontava ad una familiare nel corso di una concitata telefonata, intendeva dissuadere dal proposito di sequestrare i figli di questa familiare.
Poi, in una telefonata immediatamente successiva, Marotta, al momento del simulato incontro con i presunti malfattori, proprio per dare una ulteriore apparenza di veridicità al sequestro, richiedeva con toni preoccupati alla familiare di allertare le Forze dell’Ordine.
Ciò perché Marotta a suo dire, per il numero delle persone che erano giunte per incontrarlo, per il loro atteggiamento e per le stesse modalità con cui lo stavano approcciando, temeva che potesse succedergli qualcosa di grave. Successivamente, per quanto ricostruito sulla base dei gravi indizi raccolti, gli indagati ed altri complici in via d’identificazione avrebbero simulato le tracce del sequestro di persona di Marotta lasciando la sua auto abbandonata in aperta campagna, con i fari accesi ed i cellulari nell’abitacolo ed avrebbero inscenato, per otto giorni (durante i quali si mettevano reiteratamente in contatto telefonico con la moglie e la parente con cui aveva avuto le precedenti telefonate) lo stato di prigionia di Marotta in un luogo segreto, al fine di costringere la familiare a versare un riscatto pari a 500mila euro per liberarlo, non riuscendo però a conseguire il profitto a causa delle resistenze dei familiari.
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