
Che cos’è la felicità? Erri De Luca rispondendo a questa domanda ha realizzato un dipinto di parole: delicate, profonde, vibranti. Nella sua prefazione del saggio di padre Enzo Fortunato “E se tornasse Francesco?” ha usato con cura, come fa nei suoi libri, le parole per presentare al lettore la figura di san Francesco, e ce ne fa innamorare, ancora una volta.
La felicità per san Francesco sono le Creature della natura, sue sorelle e fratelli: con il suo profondo senso di gratitudine ha raggiunto la pace interiore dopo immani sofferenze, fisiche e psicologiche. Lui, così umano nei suoi sentimenti, così vicino a noi, così contemporaneo nelle sue azioni, ci fa sentire accolti assieme ai nostri demoni, in un abbraccio caldo e rassicurante. E forse è proprio questo il segreto della grandezza della figura di san Francesco, così amato anche dopo 800 anni dalla sua morte.
Che cos’è la felicità per noi? Ci sono dei momenti in cui ci sentiamo come se fossimo in una stanza buia della nostra casa e non riuscissimo più a riconoscere gli arredamenti nonostante siano sempre lì, al loro solito posto. In quel momento ci sentiamo smarriti, spiazzati, senza una guida. San Francesco è come una luce che illumina quella stanza buia, ci fa ritrovare i nostri mobili, ce li fa riconoscere, ce li fa ricordare e apprezzare, ce li fa vedere con una luce fioca o magari con una luce intensa. E forse è proprio quella la strada per la felicità.
- Nella sua prefazione del saggio di padre Enzo Fortunato “E se tornasse Francesco?” a un certo punto lei ne parla dicendo: “Più della dottrina conta l’esempio”. E’ questa la chiave della popolarità di san Francesco?
Francesco non è un teologo, non dibatte dottrina, non interferisce con l’ortodossia. Opera dal basso, inventa l’applicazione del racconto evangelico, dunque imposta l’esempio. Inoltre non parla in latino, ma si esprime nella lingua popolare che fonderà poi l’italiano.
- Sempre nella prefazione, lei cita Isaia: “Voce di chi chiama: nel deserto battete la pista di Dio” e parla del deserto così: “…Non è strada maestra, non è lastricata, non è lineare la pista in cerca della divinità…”. Qual è oggi il nostro deserto?
Il nostro deserto è quotidiano. Si arriva a sera con un resoconto di se stessi e del mondo, ci si accampa nel provvisorio traguardo della sera. Qualcuno scorge durante il giorno la colonna di nuvole che orienta gli Ebrei nelle steppe del Sinai, ha così una direzione alzando gli occhi al cielo. Altri, me compreso, guardiamo in terra per non inciampare.
- San Francesco ha composto il Cantico delle Creature lodando la natura e la vita nonostante stesse vivendo un periodo estremamente difficile, Siddartha raggiunge la connessione totale con la natura soltanto dopo aver sofferto e attraversato il dolore: la natura si conferma la nostra maestra e la nostra madre, il principio di tutte le cose. Lei ha un rapporto speciale con la montagna, che cosa le ha insegnato?
Chiamo natura il luogo in cui è assente la specie umana. La montagna è uno di questi luoghi. Ci vado per allontanarmi e procurarmi un isolamento raggiungendo un punto oltre il quale non vado. Può essere una cima o solo una quota. Mi trovo senza lasciapassare, senza invito così rinnovo l’esperienza di essere uno di passaggio sulla superficie del pianeta. Ritrovo la mia taglia minima presso l’immensità. Niente di filosofico, è intensamente fisico.
- Ha affermato di essere non credente. Cosa la affascina della figura di san Francesco?
La sua conversione da guerriero a inerme, anticipando la dimissione da ogni agio per condividere la condizione dei miseri.
- Lei dà importanza al significato delle parole. Qual è la parola che rappresenta di più san Francesco e perché?
La gratitudine che esprime con il “Laudato sii…”
- Nel Cantico delle Creature san Francesco ci racconta il suo concetto di felicità intesa come gioia profonda, gratitudine e pace interiore. Che cos’è per lei la felicità?
La costituzione americana scrive il diritto alla felicità. Per me è un dovere. Perciò sono molte volte felice durante il giorno per brevi momenti. Nel passato ho perduto l’occasione di riconoscere la felicità mentre c’era, dovendomene accorgere dopo. All’età che ho raggiunto non mi lascio sfuggire le sue scintille. In Africa in un lavoro volontario svolto molto tempo fa, mi passò sulla guancia l’ala di un pipistrello, la più delicata carezza. Al momento me ne ritrassi. Considero quello sfioramento il migliore esempio di come la felicità sia una sorpresa che si dilegua subito.




