Negli ultimi tempi è tornata prepotentemente d’attualità la “questione Chernobyl” relativa allo sversamento di rifiuti in Campania e nel Vallo di Diano. Il merito, in gran parte, è del Movimento “dianoinpiena” le cui sollecitazioni ed attività hanno portato alla costituzione di parte civile, nel processo in corso a Salerno, della Comunità Montana e di gran parte dei paesi del Vallo di Diano. Le tematiche legate all’ambiente, si sa, sono molto sentite dalla comunità, in particolare quando a ciò si affianca la preoccupazione per i casi di tumore registrati nel comprensorio. Questo spiega, in parte, la grande partecipazione di pubblico in occasione dell’incontro tenutosi ad Atena, lo scorso 7 gennaio. Tuttavia, un dubbio sorge spontaneo: se non ci fosse stata l’operazione Chernobyl e se non se ne fosse tornati a parlarne a distanza di anni, il tema “rifiuti nel Vallo” non sarebbe più stato affrontato? Impossibile rispondere.

Forse, però, non conviene concentrare proprio tutte le “energie” su Chernobyl, perché al di là del concreto rischio prescrizione, sembra essere alta la possibilità che tutto finisca in una bolla di sapone, per diverse ragioni. Le analisi effettuate nel 2007 dall’Arpac classificavano quanto sversato come “rifiuto speciale non pericoloso”, tanto che sindaci ed amministratori, facendo riferimento a tali risultati, hanno inteso evidenziare che non c’è nulla di pericoloso nei terreni “incriminati”. E’ vero che qualcuno potrebbe anche contestare i rilievi dell’Arpac e chiedere ulteriori esami. E gli stessi potrebbero essere affidati ad un altro ente o ad un apposito laboratorio. Ma dopo tutti questi anni quante possibilità ci sono che i risultati siano “reali”?

E se dovesse venir fuori che non c’è nulla di tossico, vorrebbe dire che il Vallo è pulito? Non credo. E’ vero che riscontri concreti non ce ne sono, ma sono troppi gli elementi che portano a pensare che, tra gli anni ’80 e ’90 più di qualcosa sia stato fatto in termini non solo di sversamenti, ma soprattutto di interramenti. E’chiaro che, anche se così fosse, non conoscendo, se non per sentito dire, l’ubicazione dei terreni e dei luoghi eventualmente interessati da tali operazioni illecite, al momento conviene concentrarsi sui ben definiti fondi agricoli interessati da Chernobyl. Ma tale inchiesta, indipendentemente dagli esiti, non deve rischiare di coprire ed “occultare” ciò che quasi certamente è stato fatto anni fa. Sarebbe prezioso, in questa fase in cui l’interesse sembra più vivo che mai, “incrociare” racconti e testimonianze al fine di individuare dei punti precisi sui quali puntare l’attenzione. Perché se qualcosa è stato depositato sotto terra, anche dopo tanti anni, non c’è pericolo che non si trovi.

Certo, a distanza di tanto tempo, non sarebbe facile ma coinvolgendo la popolazione, come si è fatto qualche giorno fa, nulla sembra impossibile.

– Cono D’Elia –

 

 

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