“Salute e Benessere” – Geriatria, prevenzione della malattia di alzheimer. Intervista al dott.Vincenzo D’ Acunti



































Terzo appuntamento con la rubrica “Salute e benessere” dedicato alla geriatria e  precisamente al morbo di alzheimer. Ne abbiamo parlato con il dott. Vincenzo D’Acunti, geriatra, dirigente di I livello presso l’Unità Operativa Complessa (UOC) del Plesso Ospedaliero di Polla e Responsabile di Struttura semplice “Assistenza Anziani territoriale”

D. – Dottore, cosa s’ intende per “Morbo di Alzheimer”?

R. – “La malattia di Alzheimer, detta anche  demenza senile di tipo Alzheimer  o demenza degenerativa primaria di tipo Alzheimer o semplicemente di Alzheimer,  è la forma più comune di demenza degenerativa invalidante con esordio prevalentemente senile oltre i 65 anni, ma può manifestarsi anche in epoca precedente. Detta patologia è stata descritta per la prima volta nel 1906, dallo psichiatra e neuropatologo tedesco Alois Alzheimer.  Nel 2006 vi erano 26,6 milioni di malati in tutto il mondo e si stima che ne sarà affetta 1 persona su 85 a livello mondiale entro il 2050. La sua ampia e crescente diffusione nella popolazione, la limitata e, comunque, non risolutiva efficacia delle terapie disponibili e le enormi risorse necessarie per la sua gestione (sociali, emotive, organizzative ed economiche), che ricadono in gran parte sui familiari dei malati, la rendono una delle patologie a più grave impatto sociale del mondo. Attualmente non ci sono elementi che possano far supporre che la Demenza tipo Alzheimer sia una malattia trasmessa con i caratteri di ereditarietà”







D. – Quali sono i sintomi della malattia?

R. – “Anche se il decorso clinico della malattia di Alzheimer è in parte specifico per ogni individuo, la patologia causa diversi sintomi comuni alla maggior parte dei pazienti. I primi sintomi osservabili sono spesso erroneamente considerati problematiche “legate all’età”, o manifestazioni di stress. Nelle prime fasi, il sintomo più comune è l’incapacità di acquisire nuovi ricordi e la difficoltà nel ricordare eventi osservati recentemente. Quando si ipotizza la presenza di una possibile malattia di Alzheimer, la diagnosi viene di solito confermata tramite specifiche valutazioni comportamentali e test cognitivi, spesso seguiti dall’imaging a risonanza magnetica. Con l’avanzare della malattia, il quadro clinico può prevedere confusione, irritabilità e aggressività, sbalzi di umore, difficoltà nel linguaggio, perdita della memoria a lungo termine e progressive disfunzioni sensoriali.  La malattia viene spesso anticipata dal cosiddetto mild cognitive impairment (MCI), un leggero calo di prestazioni in diverse funzioni cognitive in particolare legate alla memoria, all’orientamento o alle capacità verbali. Tale calo cognitivo, che è comunque frequente nella popolazione anziana, non è necessariamente indicativo di demenza incipiente, può in alcuni casi essere seguito dall’avvio delle fasi iniziali dell’Alzheimer”

D. – Quali le cause ?

R. – “La malattia è dovuta a una diffusa distruzione di neuroni, principalmente attribuita alla beta-amiloide, una proteina che, depositandosi tra i neuroni, agisce come una sorta di collante, inglobando placche e grovigli “neurofibrillari”. La conseguenza di queste modificazioni cerebrali è l’impossibilità per il neurone di trasmettere gli impulsi nervosi, e quindi la morte dello stesso, con conseguente atrofia progressiva del cervello nel suo complesso, in particolare dell’ippocampo, struttura encefalica che svolge un ruolo fondamentale nell’apprendimento e nei processi di memorizzazione; perciò la distruzione dei neuroni di queste zone è ritenuta essere la causa principale della perdita di memoria dei malati. Il decorso della malattia può essere diverso, nei tempi e nelle modalità sintomatologiche, per ogni singolo paziente; esistono comunque una serie di sintomi comuni, che si trovano frequentemente associati nelle varie fasi con cui, clinicamente, si suddivide per convenzione il decorso della malattia. A una prima fase lieve, fa seguito la fase intermedia, e quindi la fase avanzata/severa; il tempo di permanenza in ciascuna di queste fasi è variabile da soggetto a soggetto, e può in certi casi durare anche diversi anniA volte le famiglie hanno difficoltà nella rilevazione esatta dei primi sintomi di demenza nelle sue fasi iniziali, e per questo non riescono sempre a comunicare informazioni accurate al medico”

D. – Attualmente, c’è una terapia farmacologica capace di arginare il problema e ancora, è possibile fare prevenzione?

R. – “Sono a disposizione farmaci inibitori reversibili dell’acetilcolinesterasi ma l’interesse farmacologico è attualmente maggiormente concentrato su rivastigmina e galantamina, il primo perché privo di importanti interazioni farmacologiche, il secondo poiché molto biodisponibile e con emivita di sole sette ore, tale da non causare facilmente effetti collaterali. Un’altra e più recente linea d’azione prevede il ricorso a farmaci che agiscano direttamente sul sistema glutamatergico, come la memantina. La memantina ha dimostrato un’attività terapeutica, moderata ma positiva, nella parziale riduzione del deterioramento cognitivo in pazienti con Alzheimer da moderato a grave. Positivo sembra essere anche l’effetto di una moderata attività fisica e motoria, soprattutto nelle fasi intermedie della malattia, sul tono dell’umore, sul benessere fisico e sulla regolarizzazione dei disturbi comportamentali, del sonno e alimentari”

D. – Quale potrebbe essere un consiglio per i familiari di un malato di alzheimer?

R. – “Una chiara informazione ai famigliari, una buona alleanza di lavoro con il personale sanitario, e la partecipazione a forme di supporto psicologico diretto (spesso tramite specifici gruppi di auto-mutuo-aiuto tra pari), oltre all’eventuale coinvolgimento in associazioni di famigliari, rappresentano essenziali forme di sostegno per l’attività di cura. Sempre nello stesso senso appare di particolare utilità, solitamente a partire dalle fasi intermedie della patologia, l’inserimento del paziente per alcune ore al giorno nei Centri Diurni, presenti in molte città (attività che può portare benefici sia per la stimolazione cognitiva e sociale diretta del paziente, sia per il supporto sociale indiretto ai caregiver).La cura dell’Alzheimer è però ai primi passi: al momento non esistono ancora farmaci o interventi psicosociali che guariscano o blocchino la malattia.Le persone che si impegnano in attività intellettuali, come la lettura, i giochi da tavolo, i cruciverba, l’esecuzione con strumenti musicali, o che hanno una regolare interazione sociale, mostrano una riduzione del rischio di sviluppo della malattia di Alzheimer.  L’apprendimento di una seconda lingua, anche in tarda età, sembra ritardare la malattia di Alzheimer. L’attività fisica è anche associata a un ridotto rischio di Alzheimer. Le persone che notano un familiare con alterazione della memoria che prima si presentava buona o altri segni di decadimento cognitivo devono subito rivolgersi al proprio medico di famiglia che, a sua volta valuterà la possibilità di inviare il soggetto al centro Demenze competente per territorio, (Distretto Sanitario) che attiverà la “Unità di Valutazione Alzheimer (UVA)”, e, dopo i dovuti accertamenti, assegnerà al paziente la terapia del caso e lo rivaluterà a distanza”

Per il nostro territorio rivolgersi al Centro Demenze nel Plesso Ospedaliero di Sant’Arsenio il martedì pomeriggio dalle ore 15:00 alle ore 17:00 e il mercoledì mattina dalle ore 9:00 alle ore 11:00 o telefonare al 0975.373656 o 347.3812835.

– Claudia Monaco –


 





































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