Continua l’excursus storico nel mondo delle tradizioni del Vallo di Diano: in questo appuntamento, la rubrica “Pro…verbalmente inteso” si occuperà dei mestieri che un tempo arricchivano il nostro territorio, oggi quasi scomparsi o comunque svolti in maniera molto diversa.

La consuetudine di un tempo era andare “ò mast”, ossia, fin da fanciulli, andare ad imparare il mestiere nelle antiche botteghe artigiane seguendo le orme di vecchi sarti, fabbri, falegnami, calzolai.

I bambini che andavano a scuola si recavano in bottega di pomeriggio; la maggior parte, però, vi trascorrevano tutta la giornata. Un tempo, gli apprendisti (che rimanevano tali da un minimo di quattro anni ad un massimo di dieci) non ricevevano paga ed erano impiegati per fare anche i lavori più umili e difficili.

“U riscèpul”, in molti casi, lasciava la scuola per andare ad imparare un mestiere e qui, nella bottega, non imparava solo i segreti del mastro ma, trascorrendovi così tante ore, riceveva anche insegnamenti di vita oltre che nozioni scolastiche utili al lavoro, quali leggere scrivere e far di conto.

Fra l’apprendista e il mastro c’era un rapporto quasi paterno, pertanto i giovani dovevano osservare molto rispetto ed educazione nei confronti del proprio insegnante.

Anche le fanciulle del paese andavano “a masta” che, nella maggioranza dei casi era la scuola di cucito. Iniziavano il proprio apprendistato osservando la sarta e imparando da prima a fare “soprammàn” (rifiniture), “purtèll” (asole), “cchièch” (pieghe), “mètt ccìapp a ggang” (cucire gancetti). Il taglio, invece, veniva insegnato solo nell’ultimo periodo di apprendistato.

“A masta”, per il suo servizio, al contrario di quanto avviene oggi, veniva ricompensata dalle famiglie, in denaro o con prodotti della campagna.

Nelle campagne, specie per i giovani più poveri, sovente si stava “a ppatron”: i bambini venivano mandati a lavorare presso le famiglie ricche le quali lo ricompensavano raramente con denaro, più spesso con vitto, alloggio e vestiario. Il giovane tornava a casa a trovare i familiari solo durante le festività e il suo lavoro consisteva nel curare gli animali o i campi mentre le giovani che andavano “a ppatron” facevano le cameriere in casa.

Per questi fanciulli numerose erano le umiliazioni, i maltrattamenti e le percosse a causa della loro condizione di indifesi e disagiati; spesso, addirittura, i signorotti approfittavano anche delle fanciulle adolescenti.

Molti però, erano anche i casi fortunati in cui i giovani ricevevano insegnamenti per tutta la vita.

– Sara Maggio – ondanews –

 

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