“Pro…verbalmente inteso” continua l’affascinante descrizione dei mestieri di una volta, oggi del tutto abbandonati o trasformati per rispondere alle esigenze della società moderna.

Oggi parleremo del “varcaiuol” che era il proprietario “rà varchera” (gualchiera), il luogo dove i tessuti di lana venivano “varcat” ossia lavati e resi compatti. Il lavaggio veniva effettuato utilizzando acqua, argilla e “ssapunina” (sostanza detergente ricavata da una radice). La “varchera” era azionata per mezzo dell’acqua che affluiva dalla “canala” e faceva girare la grossa ruota di legno, questa, a sua volta, azionava due magli che battevano su un contenitore in cui c’erano i tessuti che venivano lavati; questi, una volta lavati, venivano tinti con sostanze naturali.

Una famosa gualchiera, gestita dai frati Cappuccini, era quella sita a Prato Comune, frazione di Montesano Sulla Marcellana, conosciuta, ancora oggi, come Varchera.

Un altro mestiere, oggi scomparso, era quello del “iettabbann” ossia il banditore. Si trattava di colui che, gridando nelle piazze o al suono del corno, annunciava alle massaie l’arrivo degli ambulanti oppure informava la cittadinanza su tasse, decreti, malattie, a seconda del tipo di informazione che portava, veniva ripagato dalla popolazione o dal Comune.

Gli ambulanti annunciati dal banditore potevano essere “u piattar”, “u pzzar”, “u cauzttar”, “l’uvaiuol”, “u mbrllar”, “u sana purcedda” che castrava i maiali, “u caurarar” e così via. Quasi tutti venivano ripagati con il baratto.

Questi ambulanti, quando arrivavano in paese, potevano trovare ristoro presso “u tavrnar” (taverniere). La taverna era formata da una stalla in cui venivano rifocillati gli animali, una zona dove si riponevano merci e carri e “u pagliar” dove dormivano i viandanti.

– Sara Maggio –

 

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