Continua il viaggio della rubrica “Pro…verbalmente inteso” nel mondo delle tradizioni popolari, alla scoperta di culture, credenze, usanze giochi e, come nel caso dell’appuntamento di oggi, con gli antichi mestieri, tramandati di generazione in generazione ed oggi quasi scomparsi.

I mestieri di un tempo erano molto pesanti e faticosi perché legati all’artigianato e all’agricoltura. Uno di questo era “u trapptur” ossia il frantoiano, legato alla raccolta delle olive che iniziava dopo Santa Lucia; a raccoglierle erano le donne che solo in quell’occasione potevano indossare i pantaloni per comodità e venivano ripagate con una “pignatedda r’uogli”.
Una volta raccolte, le olive venivano portate al frantoio dove vari erano i recipienti utilizzati per la misura: “msura”, “stuppiedd”, “mnzett”. Le olive venivano messe nella macina, una grande ruota di pietra che veniva fatta girare grazie al lavoro degli asini o dei cavalli.
L’impasto che ne usciva veniva messo nei “fiscul r fun” (diaframmi) e questi messi nella pressa, da qui fuoriusciva l’olio vergine. Al termine dei lavori, i frantoisti venivano ripagati con l’olio stesso.
Un altro lavoro, quasi scomparso, era “u lanaiuol” (lanaiolo): egli riceveva la lana grezza che, come prima pulitura, veniva inserita in uno strumento chiamato diavoletto che eliminava polvere e sporcizia, poi la lana veniva stesa sul pavimento, unta con olio di vasellina e “mesa a bbagn” per una notte. Successivamente veniva messa nel primo cardo a strati e avvolta da un rullo che formava “u mand”; nel secondo cardo “u mand” veniva diviso in fili che venivano avvolti ai fusi.
A seconda del periodo in cui venivano tosate le pecore si distingueva la lana “annarola”, tosata una volta all’anno ed usata per materassi e coperte, “lana r ott mis”, utilizzata per qualsiasi capo di maglieria e “lana mozza”, buona solo per imbottire coscini.

– Sara Maggio –


 

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