Concludiamo l’excursus nel mondo degli antichi mestieri che con “Pro…verbalmente Inteso” abbiamo affrontato, parlando, oggi, di tre mestieri che hanno segnato la storia dei nostri bisnonni, lavori tramandati di padre in figlio fino a scomparire.

Uno di questi era “u furgiar” ossia il fabbro, un mestiere duro e faticoso ma definito un’arte da chi lo ha svolto.

Il fabbro, anticamente, lavorava nella “forgia”, una bottega ricavata all’interno di una grotta in cui per mezzo di strumenti come incudine, martello, tenaglia e mantice per alimentare il fuoco, modellava i ferri arroventati e creava strumenti da lavoro, un tempo richiestissimi come “a paletta”, “u jatatur”, “a rasola”, “i ccangedd”, “a mannara”.

L’attività principale del fabbro era anche quella di ferrare gli animali cioè pulire loro le unghie e inchiodarvi i ferri o addirittura, in alcuni casi, estraevano loro anche i denti ammalati.

Un altro mestiere dell’artigianato, oggi quasi scomparso, era “u scarpar” cioè il calzolaio. Anch’egli lavorava in una piccola bottega in paese e un tempo riparava qualsiasi tipo di calzature in quanto la gente era povera e non poteva permettersi di acquistare scarpe nuove. Il calzolaio lavorava “ngoppa u bbagariell” sul quale teneva tutti gli attrezzi del mestiere; sotto di esso teneva il braciere in cui bruciava anche scorze di mandarino o arancia per profumare l’ambiente, intriso dell’odore delle pelli appese ai muri. “U scarpar” produceva e riparava “chianiedd”, “zucculett”, “scarp ruppi e fin”. Quelle doppie, da lavoro, erano di pelle di mucca, conciate con calce e mortella e, sotto la suola, vi erano inchiodate “ i cntredd”, così da renderle più durature. Le scarpe fine, invece, erano solo per la festa.

Ultimo mestiere da ricordare, perché del tutto inpraticato ormai, è quello “ru carcarar” ossia il fornaciaio. La calcara era il forno dove si preparava la calce e consisteva in una fossa rotonda fatta nel bosco o in campagna, intorno alla quale si costruiva “a cammisa” ossia pareti di pietra e calce in cui si lasciava uno spiraglio: “a rocca”, che serviva per alimentare il fuoco della “carcara”. Al centro della “carcara” si scavava “u fungidd”, una buca in cui finivano i detriti e la carbonella del fuoco. Fare la carcara era un’arte, infatti “u carcarar” aveva una tecnica particolare per sistemare le pietre intorno ad essa e poi copriva l’apertura con della terra perché il fuoco doveva durare otto giorni al termine dei quali le pietre di calce erano pronte e potevano essere stemprate e vendute.

– Sara Maggio –


 

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