E’ amaro il sapore che resta in bocca dopo l’efferato omicidio di Antonio Alexander Pascuzzo, il 18enne di origini peruviane, da qualche tempo trasferitosi a Buonabitacolo dal papà, ucciso a coltellate dopo essere scomparso da casa la sera dello scorso 6 aprile e il cui corpo senza vita è stato ritrovato sul greto del torrente Peglio sabato pomeriggio. A confessare il delitto un suo coetaneo e compaesano, Karol Lapenta, apprendista macellaio che, nella notte tra sabato e domenica, ha ricostruito davanti agli inquirenti quanto accaduto, ha svelato il movente, prendere 50 grammi di marijuana che deteneva Antonio, e ha raccontato di quelle coltellate che hanno trafitto la giovane vittima fino a portarla alla morte e del trascinamento del suo corpo sul greto del corso d’acqua ormai secco nel tentativo di non farlo ritrovare. Una comunità sconvolta quella di Buonabitacolo e del Vallo di Diano, che non si spiega come mai un territorio dai più definito tranquillo possa aver fatto da scenario ad un delitto unico nel suo genere per il Vallo di Diano. La droga, l’irragionevole furia, l’illogicità di un gesto senza scusanti sono gli elementi che assillano chi, da sabato pomeriggio, tenta di spiegare e spiegarsi il tragico accaduto.

Ne abbiamo parlato con la dottoressa Roberta Bruzzone, nota criminologa e psicologa forense, che da anni si occupa dei casi di omicidio che più hanno destato scalpore nel Paese.

  • Dottoressa Bruzzone, il delitto Pascuzzo sembra essere risolto, ma la gente si aspetta delle risposte chiarificatrici sia dal punto di vista criminologico che sociale.

“Si tratta dell’ennesimo atto violento che matura tra giovanissimi che hanno problemi con le sostanze stupefacenti. La situazione è stata quella più probabile, cioè una sorta di regolamento di conti relativo allo spaccio di droga. Purtroppo per questi ragazzi la vita di un altro vale poche decine di euro. Ormai l’utilizzo di sostanze stupefacenti è tragicamente diffuso a tutti i livelli e in tutti gli ambiti socioculturali e molti, che iniziano come consumatori, diventano poi pusher per ottenere denaro sufficiente per acquistare anche la droga per uso personale”.

  • Dal punto di vista criminologico come spiega il fatto che un 18enne riesca a macchiarsi di un delitto così efferato, anche restando freddo e confessando subito quanto commesso?

“Ormai siamo abituati, soprattutto nei giovani, ad assistere a questo genere di accadimento. Questo ragazzo evidentemente ha un profilo di personalità molto orientato a soddisfare i propri bisogni, ragion per cui nel momento in cui Pascuzzo è diventato un limite, perchè non voleva cedergli gratuitamente la droga, Lapenta è finalizzato a ottenere la soddisfazione del suo bisogno. Che poi questo passi attraverso l’omicidio di un suo coetaneo temo che fosse qualcosa che non gli muovesse particolari preoccupazioni. Oggi, più che in passato, questo genere di personalità è molto diffuso perchè si tratta di soggetti che sono cresciuti completamente focalizzati sui propri bisogni. E’ uno scenario inquietante, perchè non si tratta di un caso isolato”.

  • Secondo la sua esperienza Karol ha confessato la verità dei fatti? Non sta coprendo qualcuno o nascondendo qualcosa?

“Non mi stupirebbe che abbia fatto tutto da solo, perchè mi sono già imbattuta in diversi casi simili in cui ragazzi molto giovani hanno aggredito coetanei con l’obiettivo di avere un vantaggio di natura economica senza bisogno di chiamare in causa altre persone o presunti istigatori. Non andrei a cercare altri livelli, purtroppo bisogna fare i conti con quella che è una buona fetta dei giovani adulti attuali molto orientata esclusivamente alla soddisfazione di bisogni immediati. Persone che non sanno contenere una frustrazione, anche minima, e di conseguenza agiscono in maniera violenta”.

  • E’ dunque una reazione “naturale” che il presunto assassino fosse presente il giorno del ritrovamento, insieme alla comunità, a pochi passi dalla scena del crimine, facendo finta di niente?

“Certo. Lui evidentemente pensava di riuscire a farla franca, infatti si è liberato del corpo in maniera sufficientemente efficace. Forse sperava che ci mettessero più tempo per trovarlo. Poi per fortuna non abbiamo a che fare con dei geni del male e si giunge a risolvere questi casi in maniera veloce, anche perchè si tratta di soggetti vicini alla vittima”.

– Chiara Di Miele –


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